
I rapporti della Santa Sede con l’Europa sono stati di tale complessità che è prudente lasciarne la valutazione agli storici, anch’essi ad opportuna distanza dagli avvenimenti che quei rapporti hanno segnato in profondità.
Già gli ultimi cento anni rendono difficile la lettura di un dialogo che, pure nella continuità della dottrina cattolica, ha visto emergere novità importanti, utile stimolo per una riflessione sulla dimensione politica del tema.
In questi tempi di guerre tornate sul nostro continente non dimentichiamo la costante invocazione della pace da parte dei Papi: in particolare le parole di Benedetto XV sulla “inutile strage” della Prima guerra mondiale, la difficile posizione del pontificato di Pio XII di fronte all’aggressione nazifascista, l’orizzonte universale di Giovanni XXIII e, ancora, Paolo VI per il quale “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.
Il tema dell’Europa guadagna in attenzione, non priva di qualche tensione, con Giovanni Paolo II, il Papa polacco, protagonista importante nella transizione sovietica e fiero sostenitore delle “radici cristiane” dell’Europa, con riferimento al “Progetto per una costituzione europea”, preoccupazione presente ancora nel magistero dell’ultimo, ad oggi, Papa europeo e tedesco, Benedetto XVI.
Sull’argomento, e su altri della sfera politica, i toni sembrano cambiare con Francesco, il papa “venuto dai confini del mondo” per il quale è tramontata la centralità dell’Europa, anche perché si è indebolita la sua vocazione al rispetto dei propri valori fondativi, come denunciò in occasione del ricevimento del Premio Carlomagno nel maggio del 2016.
Molti avvenimenti mondiali si sono succeduti in questi ultimi anni per non stimolare nuove riflessioni e valutazioni da parte della Santa Sede. Tra questi eventi, il grande balzo economico della Cina, la minaccia della Russia al progetto di pace dell’Unione Europea, la rottura dello spazio occidentale da parte degli Stati Uniti, l’aggregazione in corso da parte di potenze emergenti alla ricerca di un ruolo nel governo del mondo.
Contestualmente l’Unione Europea, allargatasi a est a inizio secolo, stentava a trovare una coesione politica, minacciata da risorgenti spinte nazionalistiche che la rendevano fragile nel duro confronto in corso con rinascenti imperi, sempre meno sottomessi alla forza del diritto e pronti a far valere il diritto della forza, anche militare.
È su questo mondo, e su questa Europa, che si affaccia il “Papa americano”, Leone XIV, con l’appello alla “pace disarmata e disarmante” e la denuncia della “illusione del riarmo”, nel suo intervento lunedì scorso a Metz, città di Robert Schuman, architetto dell’Europa unita a fondamento della pace.
In questo quadro anche la lettura della realtà europea tende ad inflettersi, confermando la condanna delle aggressioni militari, ma anche riprendendo spunto dalla cultura del dialogo e del rispetto dello Stato di diritto e del diritto internazionale, del quale l’Unione Europea resta uno degli ultimi argini a fronte della prepotenza degli imperi, compreso quello di provenienza di Leone XIV per diritto di cittadinanza, anche se non è la sola presente sul suo passaporto.
Si colloca in questo contesto il messaggio di Leone XIV a Metz: “Il diritto internazionale e il multilateralismo…costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi le relazioni umane e tra Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi”.
Chi ha orecchi per intendere, intenda: anche al di là dei confini dell’Unione Europea.












