
Continuano ad arrivare segnali d’allarme per l’Unione Europea e per il suo futuro. Solo per limitarci a questi ultimi giorni, non mandano buone notizie sulla solidarietà nell’Unione la vicenda di Ceuta e la rinnovata ostilità tra Italia e Spagna sul fronte dei migranti, né la mancata fiducia dell’Islanda all’Unione, nonostante i generosi vantaggi che l’isola da questa ricava. A completare provvisoriamente il quadro arriveranno domenica risultati inquietanti dalle elezioni regionali tedesche in Sassonia-Anhalt con i risultati dell’estrema destra.
In questo clima politico il pensiero corre alle promesse di futuro spente in questo disgraziato primo quarto di nuovo secolo che già era cominciato male con l’attentato alle Torri gemelle, venticinque anni fa, innescando nuove turbolenze mondiali, con gli USA coinvolti in conflitti in Medio oriente, un incendio tuttora in corso.
Allora l’Unione Europea sembrava averne tratto lezione per il suo futuro. Prese forma in quel clima l’ambizioso cantiere per un “Progetto di Costituzione europea”, un futuro che ci siamo lasciati alle spalle con la mancata ratifica del progetto da parte di due Paesi fondatori della Comunità europea, Francia e Paesi Bassi.
Intanto però un buon augurio di futuro per l’Unione venne a inizio secolo da due eventi importanti: la circolazione dell’euro in 11 Paesi a partire dal gennaio 2002, con altri 10 che si sarebbero aggiunti negli anni, e il grande allargamento a est e a sud di 10 Paesi, diventati poi 28 prima della secessione britannica.
Ma a raffreddare il futuro dell’UE ci avrebbe poi pensato una serie drammatica di “cigni neri”: la grave crisi finanziaria a cavallo del primo decennio; l’irruzione della pandemia da Covid nel 2020, in coincidenza con l’uscita del Regno Unito dall’UE; l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, per continuare con l’esplosione del conflitto israelo-palestinese nel 2023 e l’attacco di USA e Israele all’Iran nel febbraio di quest’anno.
Anche la configurazione politica mondiale andava proiettando per l’UE un futuro complicato, con la Russia nostalgica dell’impero perduto, la Cina in forte progressione economica e commerciale e gli USA che, spaventati dal proprio declino, decidevano con Trump di spaventare il mondo con contenziosi commerciali e rotture di alleanze, aprendo nuovi fronti di conflitto in America latina e in Medio oriente, minacciando Paesi fino ad allora amici, come il Canada e la Groenlandia.
Al proprio interno sarebbe stata una garanzia di futuro per l’Unione Europea ritrovare una stabilità politica nel Parlamento europeo e un equilibrio tra le Istituzioni per un governo almeno coordinato tra i ventisette Paesi, in attesa di accoglierne un’altra decina nei prossimi anni.
Purtroppo non è andata così: il Parlamento europeo si è ulteriormente frammentato con una forte curvatura a destra, il Consiglio dei governi nazionali ha fatto di volta in volta prevalere interessi di corta visione elettorale e la Commissione ha perso capacità di iniziativa, mentre restavano presidio per la stabilità monetaria la Banca centrale europea e per la salvaguardia dello Stato di diritto la Corte europea di giustizia.
Conforta che in un contesto così difficile l’Unione sia stata capace nel 2020 di darsi un futuro con la decisione del Piano europeo di ripresa e resilienza, alimentato da un debito pubblico europeo di grandi dimensioni, e di portare a casa la conclusione di alcuni importanti accordi commerciali con diversi Paesi del mondo.
Intanto nei prossimi mesi sul futuro dell’UE incalzano le prevedibili turbolenze in occasione di importanti elezioni politiche in Paesi-chiave dell’UE, come Svezia, Francia, Italia, Germania, Spagna e Polonia.
Tutto fa pensare che per l’UE il futuro non sarà più quello di una volta, anche se ancora resta da scrivere.












