Unione Europea-Stati Uniti: soltanto una tregua

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Mentre tramonta la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti di Donald Trump, e  siamo fortunatamente lontani da una guerra in campo aperto tra le due sponde dell’Atlantico, l’Unione Europea sta vivendo una tregua fragile, originata dall’imprevedibilità del presidente USA e alimentata anche dalle divisioni tra gli Stati membri UE nella risposta alle sfide del momento.

E’ quanto abbiamo visto accadere con la guerra della Russia all’Ucraina, un Paese vittima di un’aggressione e progressivamente abbandonato dal sostegno americano per essere consegnato alla buona volontà dell’UE. 

Sono turbolenze che registriamo anche a proposito degli accordi di politica commerciale con la guerra dei dazi.

La pesante sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti se, da una parte, ha segnato una sussulto  nell’esercizio di una democrazia in pericolo, dall’altra non sembra aver spinto Trump a un rispetto delle regole, né di quelle americane né di quelle sottoscritte negli accordi internazionali, comprese quelle commerciali con i dazi, convenute l’estate scorsa con l’UE in Scozia. 

In quell’occasione la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, pagò un prezzo alto per l’UE, condizionata anche dalla necessità di tenere in gioco gli USA nel sostegno all’Ucraina. Sembrò allora tornare una civile convivenza con l’ex-alleato americano, anche se molti dettagli dell’accordo restavano da chiarire: il risultato fu una faticosa ripresa negli scambi commerciali e una relativa riduzione del danno subito.

Restava però vigile sul tema il Parlamento europeo che, senza chiarimenti relativi anche ad altri aspetti del tumultuoso rapporto USA-UE, come con la minaccia di annessione della Groenlandia, sospese la ratifica dell’accordo, tuttora in attesa di una decisione finale, prevista nel corso del mese di marzo se ve ne saranno le condizioni.

La palla adesso torna alla Commissione europea e ai governi degli Stati membri, ancora una volta con orientamenti non proprio convergenti. Per semplificare: la Commissione europea è per un rafforzamento prudente della tregua, i governi nazionali divisi tra di loro sulle possibili misure da adottare se la tregua dovesse saltare.

Da una parte la Francia e la Spagna, supportati con cautela dalla Germania, orientate a una risposta muscolare che va da una raffica di contro-dazi agli USA, del valore di 93 miliardi di euro, fino al bazooka dello strumento di anti-coercizione agli scambi che potrebbe bloccarne flussi importanti, in particolare nel settore dei servizi digitali : entrambe misure che non mancherebbero di alimentare le tensioni transatlantiche e aggravare derive protezionistiche.

Dall’altra parte Paesi come Italia, Polonia e Paesi baltici che, per amicizia e complicità con il predatore americano, o per esigenze di sicurezza vista la loro collocazione geografica nei dintorni della Russia, preferiscono chinare il capo in attesa di tempi migliori che però non si vedono arrivare da nessuna parte.

In questo contesto è particolarmente imbarazzante la posizione dell’Italia: nonostante sia particolarmente esposta sul versante degli scambi commerciali, manovrati dagli imprevedibili dazi di Trump in favore degli USA, l’orientamento prevalente dell’attuale maggioranza di governo risente del suo vassallaggio oltre-Atlantico, come ha fatto con la sua presenza a Washington il 19 febbraio, in una discutibile compagnia di Paesi autoritari e simili, per la prima riunione del Consiglio di pace, una sorta di “consiglio di amministrazione” per gli affari di Donald Trump. 

Non sfugge a nessuno l’accanimento “contorsionista” di una Paese che fu fondatore dell’Unione Europea e che ha nell’art. 11 della Costituzione italiana vincoli e impegni chiari da rispettare nella condotta degli affari internazionali.   

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