Spagna, protagonista in Europa

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C’era una volta nell’Unione Europea la leggendaria coppia franco-tedesca alla guida del processo di integrazione comunitaria. Con la guerra in Ucraina è tornato alla ribalta un dormiente Triangolo di Weimar con Germania, Francia e Polonia e si profilano adesso nuove geometrie variabili tra Paesi UE e il Regno Unito, orientato a riattraversare la Manica, in particolare nella “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina.

In questo quadro si muove incerta l’Italia, Paese fondatore dell’UE prigioniero del suo contorsionismo con gli USA di Trump, alla ricerca di un’improbabile alleanza strategica con la Germania del titubante cancelliere Merz, un singolare “gemellaggio” tra economie in stagnazione e clima politico segnato dal ritorno di forze di destra.

Gioca invece una sua partita da protagonista, per ora solitaria, la Spagna, sotto la guida del socialista Pedro Sanchez, in una situazione rovesciata rispetto all’Italia.

Da una parte la Spagna con un governo fragile, continuamente a rischio di crisi, ma con l’economia più dinamica nell’UE, una politica di straordinaria accoglienza per gli immigrati e una fiera autonomia nei confronti del predatore Trump, tanto sulle regole del digitale che sulle resistenze al riarmo.

Dall’altra parte l’Italia, con un governo immobile, malgrado la sua vantata stabilità, ma con un tasso di crescita tre volte inferiore e il costo dell’energia doppio rispetto a quello spagnolo, una miope chiusura sulle politiche migratorie e un persistente vassallaggio agli USA, come se fosse ancora vero che condividiamo “valori comuni”, come ha farneticato l’altro giorno a Milano il vice-sceriffo USA, Vance.

Sono considerazioni sommarie che invitano a guardare più da vicino questo Paese, la sua storia, la sua cultura e la sua politica. La Spagna è stata una grande protagonista nella conquista europea del mondo, non senza gravi violazioni umanitarie, ma anche mantenendo ad oggi buone relazioni con i Paesi dell’America latina e sviluppando un’attiva politica di cooperazione internazionale.

Ne è prova l’adozione recente di un documento di “strategia globale” strutturata su tre assi: una penetrante proiezione della Spagna nel mondo, un radicamento profondo in un’Europa forte e un impegno in favore della pace e del multilateralismo. A ben guardare, praticamente tutto quello che manca all’evanescente politica estera italiana.

È il progetto orgoglioso di un Paese, oggi quarto per dimensioni demografiche ed economiche nell’UE, a lungo ferito da una crudele guerra civile e approdato alla democrazia nel 1978, nella Comunità europea nel 1986, e protagonista, grazie anche alle generose risorse finanziarie UE, di uno sviluppo in forte accelerazione.

Più recentemente, nei mesi e nei giorni scorsi, il governo socialista si è imposto all’attenzione internazionale per azioni politiche nettamente contromano, non solo rispetto all’invasività americana , ma anche nei confronti di un’Unione Europea ancora intimorita dalle minacce del predone Trump e senza il necessario coraggio nella risposta.

È avvenuto su cinque fronti caldi del “trumpismo”: l’imposizione dei dazi all’Europa, le pressioni per l’aumento della spesa militare europea, la politica espansionistica di Israele nei territori palestinesi, le aggressioni americane alle regole comunitarie del digitale e le misure nei confronti degli immigrati irregolari.

Per limitarci a quest’ultimo tema, inquinato nel governo italiano dal veleno trumpista, ha fatto scalpore la recente decisione del governo di Sanchez di regolarizzare mezzo milione di immigrati privati di diritti, nonostante il loro prezioso contributo alla fiorente economia spagnola. E non meno scalpore ha fatto il coraggioso articolo firmato i giorni scorsi dal Premier spagnolo e, non a caso, pubblicato sul New York Times, per raccontare le buone ragioni di una decisione in favore dell’inclusione, una parola aborrita dall’amministrazione Trump.

Un articolo di cui consigliare la lettura anche a chi si vanta di governare “sovranamente” in Italia e una parola, inclusione, da riportare al centro del nostro deprimente dibattito politico.

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