Consiglio di pace o di ulteriori tensioni geopolitiche?

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Il Consiglio di pace di Donald Trump è stato ufficialmente inaugurato a Davos con la solita firma gigantesca al pennarello del Presidente degli Stati Uniti. Si tratta dell’inizio della seconda fase del Piano di pace per Gaza, presentato ad ottobre dell’anno scorso dallo stesso Trump. Una seconda fase  molto complessa, dai tempi a lungo termine che prevede, oltre alla demilitarizzazione completa di Hamas, anche la ricostruzione della Striscia. 

In questo contesto e dopo una prima fase di cessate il fuoco che non ha alleviato le sofferenze della popolazione palestinese che già contato più di quattrocento vittime, il Consiglio di pace avrebbe dovuto avere come unico obiettivo la supervisione della ricostruzione di Gaza, affidata ad un Comitato apolitico composto da quindici tecnici palestinesi. Presieduto a vita dal Presidente Trump, il Consiglio avrebbe avuto un nucleo di membri “permanenti” statunitensi, al quale avrebbe partecipato anche Tony Blair. 

Durante il Vertice di Davos della settimana scorsa, la versione del ruolo e della composizione del Consiglio di pace non aveva tuttavia più granché a che vedere con quella prevista, in origine, dal Piano di pace. L’obiettivo annunciato ora non si limita più a Gaza ma prevede una nuova e più vasta architettura mondiale che sembra volersi sostituire alle Istituzioni internazionali e sfida apertamente il multilateralismo, sollevando seri interrogativi sul rispetto dei principi, della legittimità e della struttura delle Nazioni Unite, nate dopo la Seconda guerra mondiale.

La Carta fondatrice nel suo preambolo recita, infatti, che “il Consiglio di pace è un organismo internazionale volto a promuovere la stabilità, a ristabilire una governance affidabile e legittima e a garantire una pace durevole nelle regioni colpite o minacciate da conflitti”. 

Se da una parte la comunità internazionale è cosciente delle riforme necessarie di cui avrebbe bisogno l’ONU per tener conto dell’evoluzione del contesto geopolitico mondiale, dall’altra è oltremodo difficile e pericoloso aderire ad un progetto nato intorno alla personalità di un uomo come Trump, che non ha altri limiti, secondo le sue stesse dichiarazioni, che quelli della “sua morale”. 

Al riguardo, Trump concentra nelle sue mani un potere eccessivo. Si è infatti riservato un ruolo da Presidente a vita nel Consiglio di pace, con diritto di veto, diritto di selezione dei partecipanti e biglietti d’ingresso da un miliardo di dollari. Pochi, tuttavia, una ventina circa ad oggi, i Paesi che hanno risposto positivamente all’invito di adesione di Trump e presenti sul palcoscenico di Davos ad inquadrare l’atto di nascita del Consiglio della pace. 

Fra questi, Paesi del Medio Oriente, dell’America latina, Turchia e Israele. A livello europeo, senza sorpresa, hanno aderito Bulgaria e Ungheria, mentre la Costituzione del nostro Paese non ne consente l’adesione. Rimane ancora in sospeso una risposta da parte di Russia e Cina, mentre si profilano all’orizzonte nuove e inquietanti turbolenze geopolitiche al riguardo. Ma una cosa è certa, ed è la mancanza assordante di una prospettiva di futuro rispettoso del diritto internazionale, a cominciare da quello per il popolo palestinese. 

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