
Tre quarti di secolo sono passati da quando è stato aperto il cantiere della pacifica ricostruzione di questa parte d’Europa distrutta dalla Seconda guerra mondiale, avviando nel contempo la straordinaria avventura della riunificazione continentale nel segno della pace e di una nuova democrazia tra le Nazioni.
Ai nostri Padri fondatori dobbiamo oggi 75 anni di sviluppo della nostra economia, di protezione del welfare e di una convivenza civile tra popoli fieramente diversi che hanno imparato a deporre le armi, protagoniste per secoli della vita e della morte in Europa.
I nostri Padri fondatori erano di nazionalità diversa, ma la loro esperienza di vita in territori di frontiera li aveva preparati a valutarne il pericolo e a diventare cittadini europei: Robert Schuman, Ministro degli esteri francese, proveniente dalla tragica frontiera franco-tedesca, Konrad Adenauer, Cancelliere tedesco,vissuto nella tensione tra la Renania e la Prussia e Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio italiano, segnato dalla frontiera contesa tra Italia ed Austria.
Tutti e tre erano di praticata fede cattolica, interpretata nella sua dimensione universale, rispettosi in contesti istituzionali diversi della laicità dello Stato, statisti consapevoli dei tempi lunghi della storia, non omologabili ai politici del momento breve.
Tutti e tre erano provenienti da Paesi che a più riprese si erano massacrati tra di loro in guerre che sembravano un destino inevitabile.
Erano partiti con coraggio nel 1951 con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, trasferirono le materie prime delle guerre a servizio della ricostruzione dell’Europa in macerie; inciamparono, con responsabilità diverse, nella mancata creazione nel 1954 di una Comunità europea della difesa, quella che ancora oggi ci manca crudelmente, ma trovarono rapidamente la forza di rialzarsi e di ripartire, subito l’anno dopo nella Conferenza di Messina, e sottoscrivere il Trattato di Roma nel 1957, quello della Comunità economica europea, rimasto a fondamento dei Trattati successivi.
A questi ultimi avrebbero contribuito una nuova generazione di statisti, come Helmut Khol, François Mitterand e Carlo Azeglio Ciampi, rimasti oggi senza successori di pari valore alla guida della nuova Unione Europea nata a Maastricht nel 1991, lasciando a pochi fedeli eredi il compito di portare a termine la creazione della moneta unica, la prosecuzione della riunificazione continentale, con il grande allargamento verso est e la straordinaria solidarietà in risposta alla pandemia, con la creazione di un debito comune e l’apertura delle porte dell’Unione all’Ucraina, aggredita dalla Russia.
Quei nostri padri fondatori se ne andarono dopo aver compiuto qualcosa di più del loro dovere: molti di quelli che sono venuti dopo hanno purtroppo fatto molto di meno per il progetto di integrazione europea, qualcuno anche logorandola in nome della pretesa “sacralità della Nazione” o sabotandola e minandola alla base, indebolendone i valori di solidarietà e giustizia e le regole democratiche.
Saranno questi ultimi a dover rispondere di quanto scrisse, senza ambiguità alcuna, Schuman nella sua Dichiarazione del 1950: “L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra”. Allora Schuman lo diceva del passato, adesso suona come un drammatico presagio per il futuro, mentre la guerra è già presente da quattro anni alle immediate frontiere dell’Unione Europea.
Se domani ci dovesse essere un simbolico processo di Norimberga per individuare i responsabili delle guerre in Europa, presenti e future, la lista dei nomi degli imputati è già pronta: non solo quella di predatori nemici ed ex-alleati, ma anche quella di chi, nella nostra casa comune, lavora a viso coperto, o nell’ambiguità di politiche senza visione, contribuendo ad affondare l’Europa e la pace costruita dai nostri Padri fondatori.












