L’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela ha rappresentato una svolta decisiva nelle relazioni internazionali e ha messo in luce tutti i pericoli che sta correndo il nuovo ordine mondiale. Bombardata la capitale Caracas, arrestato e trasferito negli Stati Uniti il Presidente Maduro per un processo per narcoterrorismo, insediamento americano ai comandi del Paese in una transizione non ben definita. Un intervento particolarmente inquietante per quanto riguarda il rispetto del diritto internazionale, ferito a morte, e per la giustizia internazionale.
Un intervento che si iscrive, da una parte, nella nuova dottrina di Trump sulla sicurezza e sull’onnipotenza degli Stati Uniti, concetti ben definiti nella strategia presentata un mese fa e dall’altra, in una continuazione ed esasperazione di un imperialismo americano che affonda le radici all’inizio del XX secolo. Oggi, un imperialismo moderno, aggiornato da Trump, che autorizza il ripristino con la forza della supremazia degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale, di fatto sull’America centrale e latina, tornate ad essere più che mai “cortile di casa” degli USA. Ma Trump ha lo sguardo più lungo e i confini di tale supremazia vanno ben oltre, purché appaiano all’incrocio fra interessi economici e pretese di sicurezza e difesa.
Minacce quasi planetarie, da Cuba, destinata, secondo Trump, a cadere rapidamente da sola vista l’interruzione dell’aiuto venezuelano, alla Colombia, dalla Groenlandia, ricco territorio autonomo in seno alla Danimarca, da occupare “per motivi di difesa”, all’Iran, oggi teatro di manifestazioni e di particolare fragilità del regime.
Le giustificazioni americane dell’intervento in Venezuela hanno fatto dapprima ricorso a principi qui non credibili, quali la sacrosanta libertà del popolo venezuelano, la lotta contro la dittatura o la lotta al traffico di droga, per poi svelare senza stati d’animo i veri interessi economici, di potenza e di sopraffazione insiti nella devastante politica di Trump. Nella fattispecie del Venezuela, significa ricchezze e risorse petrolifere e, sullo sfondo, il contrasto alla Cina, ormai primo partner commerciale di quasi tutti i Paesi della regione.
In un contesto in cui le regole e il diritto sono stati ostentatamente ignorati e scavalcati, all’interno e all’esterno degli USA, in una pura logica imperiale e senza legittimità internazionale, vale la pena mettere in evidenza le reazioni di altre potenze, imperiali o meno al riguardo.
La Russia ad esempio, vicina al Venezuela e al suo Presidente, dal canto suo non ha esitato, in piena aggressione dell’Ucraina da quattro anni a questa parte, a condannare senza mezzi termini l’attacco militare di Trump, chiedendo allo stesso tempo la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Un atteggiamento politico che non fa altro che sottolineare, con provocatoria ironia, quanto esanimi siano oggi le Istituzioni internazionali. Anche la Cina, primo importatore mondiale di petrolio dal Venezuela, ha condannato l’attacco militare di Trump, richiamando i valori della Carta delle Nazioni Unite, il rispetto del diritto internazionale e la cessazione della violenza nei confronti della sovranità e della sicurezza di altri Paesi.
Alla luce di quanto successo, non è difficile immaginare il disegno di un quadro mondiale ancor più inquietante. Mentre Trump colpisce il Venezuela e si pone al comando del Paese, si delineano le silenziose premesse di una spartizione del mondo in sfere di influenza : chi potrebbe infatti fermare la Russia in Ucraina per scendere a patti su un percorso di pace e chi potrebbe contestare la Cina nei confronti di Taiwan, in assenza di una struttura e di una risposta credibile e legittima a livello internazionale ?













