È la fine di un’era in Venezuela: il 3 gennaio Nicolàs “El Gallo Pinto” Maduro è stato catturato dalle forze speciali americane scatenate dal presidente Trump dopo una serie di bombardamenti che hanno colpito la capitale Caracas. Si è trattato di un’operazione della quale forse nessuno si aspettava di sentire di prima mattina, in particolare i membri del Congresso, che non sono stati avvisati della missione, a conferma di come Trump abbia personalizzato il suo dominio in quanto l’articolo I sezione 8 clausola 11 della costituzione americana attribuisce solo al Congresso il potere di dichiarare guerra. Inoltre, come riporta l’Ansa, la risoluzione prevede che “in assenza di una dichiarazione di guerra” il presidente riferisca al Congresso entro 48 ore dall’introduzione delle forze militari nelle ostilità, che devono terminare entro 60 giorni, a meno che il Congresso non consenta diversamente. Emblematica è stata la decisione dell’Assemblea di adottare una risoluzione che vieti qualsiasi nuova azione di Trump contro il Venezuela senza un via libera parlamentare. È necessario chiarire che è inequivocabile che il Venezuela fosse saldamente stretto nella morsa di un dittatore che ha violato in maniera ripetuta i diritti umani nel suo Paese da quando è stato eletto nel 2013 compiendo azioni orribili. Tuttavia, uno stato sovrano non può violare l’integrità di un altro stato calpestando lo Stato di diritto, in particolare per perseguire l’unico obiettivo che realmente interessa a Trump: non la lotta al narcotraffico che, a detta sua, è una delle principali cause di decessi negli Stati Uniti (non a caso Maduro è stato accusato di essere a capo del cosiddetto Cartello de los Solos) ma le copiose risorse di petrolio di cui il paese sudamericano dispone. In Venezuela, infatti, il petrolio è nazionalizzato e lo stato dispone di un totale di 300 miliardi di barili di riserve provate (il 17-18% delle riserve mondiali), una cifra astronomica che potrebbe far vivere nell’agio i venezuelani ma che è gestita malamente dal regime. Gli Stati Uniti, in modo specifico, attraverso le loro raffinerie delocalizzate nel bacino fluviale dell’Orinoco, estraggono petrolio extra pesante, una materia prima fondamentale nell’industria americana. Tuttavia gli USA non sono l’unico attore esterno presente nel Venezuela e che cercano di attrarlo nella sua sfera d’influenza: la Cina importa il suo maggior numero di barili di petrolio dal Venezuela, servendosi di ciò proprio per mantenere alto il livello della concorrenza con gli Stati Uniti. In aggiunta, la Russia è un alleato strategico del regime bolivariano che tuttavia di fronte alle azioni degli USA si è limitato ad utilizzare comunicati annunciando blandi moniti. Il motivo principale della debolezza delle condanne da parte di Pechino e Mosca proviene dai loro interessi in politica estera: le due potenze, a seguito dell’indifferenza di Trump del rispetto internazionale, potrebbero sentirsi legittimate ad attaccare militarmente Taiwan ed in modo più massiccio l’Ucraina. Intanto, nel mezzo di questi pericolosi giochi di potere, il Venezuela verte nel caos: la vice di Maduro Delcy Rodríguez, seguendo un ordine della Corte Costituzionale, è stata eletta presidente ad interim, l’esercito si dice pronto a lottare, tra la gente c’è chi si rifugia in casa e chi scende in strada pronto a combattere dovendosi però guardare attorno per capire chi può essere considerato amico e chi no. Victoria Dos Santos, giornalista con un PhD in Semiotica all’Università di Torino, descrive la situazione all’interno del suo paese: i suoi genitori abitano nei dintorni di Caracas e non hanno subito danni dall’operazione militare ma vivono nella continua incertezza di quello che potrà succedere e succedergli, essendo molto complicato lasciare Caracas e spostarsi od uscire dal Paese.
I meri interessi economici e territoriali di quella che può essere considerata la nazione più potente al mondo hanno causato l’attacco ad un altro stato sovrano: è arrivato il momento per le democrazie consolidate, non solo in Europa, ma anche nel mondo, di reagire e mostrarsi più unite che mai, per evitare un’escalation che condannerebbe l’intero pianeta. E le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia purtroppo non fanno ben sperare.













