La banalità del bene: Duccio Galimberti

Prendendo spunto dal celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, questa rubrica vuole essere una provocazione al contrario, con l’obiettivo di narrare storie di eroici personaggi più o meno contemporanei che hanno segnato la storia per i loro sacrifici e la loro immolazione a favore di un progresso umano. La rubrica mensile vuole essere un atto di descrizione di come il bene possa esistere, e il titolo vuole essere una provocazione per dimostrare come la ricerca del progresso non sia banale, ma, al contrario, di come possa essere un umano atto eroico.

Duccio Galimberti

Dodici ore fa, dopo vent’anni di oppressione,

abbiamo riconquistato la libertà.

Non vogliamo separarcene mai più.

W l’Italia, W la libertà – Dal discorso del 26 luglio 1943 –

Biografia e storia

Tancredi Galimberti detto Duccio fu partigiano durante la seconda Guerra Mondiale, martire per la libertà ucciso il 4 dicembre 1944 con una fucilata alla schiena, definito uno dei più coraggiosi antifascisti rinnovatori del patriottismo italiano.

Animato da un acceso spirito europeista, si laurea in giurisprudenza a Torino dove vi esercità l’attività di avvocato. Tra il 1940 e il 1942 si attiva per organizzare gli antifascisti cuneesi, ma la sua vera proclamazione come leader del movimento antifascista avverrà il 26 luglio 1943, quando si affacciò alla finestra del suo studio su Piazza Galimberti (allora Piazza Vittorio) e pronunciò un discorso che segnò indelebilmente la storia cuneese e non solo. In questa occasione alcune parole passarono alla storia: “se crediamo nel destino e nel senso della storia dell’Italia, noi ribattiamo che, sì, la guerra continua, ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana”.

 

La polizia fascista disperse la folla venuta ad ascoltarlo a colpi di manganello, ma la lotta di Duccio Galimberti e le sue doti da leader del movimento partigiano non si arrestarono. La sua lotta fu supportata dal coraggio di molti abitanti delle vallate, che a più riprese si resero disponibili a nasconderlo dai rastrellamenti, mettendo a repentaglio la loro stessa vita.

Galimberti fu il fondatore delle unità partigiane Brigate Giustizia e Libertà del Cuneese. Nel gennaio 1944 venne ferito durante un rastrellamento e la gravità delle sue ferite lo costrinse a recarsi all’Ospedale di Canale. In seguito divenne comandante delle formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte e nel 1944 siglò a Barcelonette un patto di collaborazione e amicizia con i “maquisards”, partigiani francesi, e si incaricò dell’unificazione e del coordinamento delle bande operanti in Valle d’Aosta.

La sua attività venne interrotta a seguito di una delazione. Venne arrestato il 28 novembre 1944 a Torino e in seguito trasferito nella caserma delle brigate nere di Cuneo. Galimberti venne interrogato e sottoposto a ripetute torture fino a ridurlo in fin di vita, ma nonostante questo non riuscirono a estorcergli alcuna informazione riguardante le formazioni partigiane del territorio.

Galimberti resistette fino all’ultimo alle torture inflittegli dai fascisti, e il 4 dicembre venne ucciso da una raffica di mitra alla schiena.

Di lui e del suo coraggio e dei suoi sacrifici scrisse Piero Calamandrei in occasione dell’ottavo anniversario della sua morte in:

Lo avrai, camerata Kesselring…

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA “

Si è voluto iniziare la rubrica raccontando di un personaggio del territorio, un uomo che ha deciso di sacrificare la propria vita per certi ideali. Un personaggio nato e cresciuto nelle terre piemontesi, e che ha lottato fino all’ultimo per la loro difesa.

La banalità del bene di Galimberti è riassumibile e deducibile da alcune parole da lui scritte al suo amico Detto Dalmastro il 23 novembre 1944, pochi giorni prima della sua cattura e del suo successivo assassinio.

“Sentiamo di aver ragione? E allora le delusioni non debbon che incitarci ancora di più. Io la sento come una crociata la nostra, ed un dovere morale da cui non ci si deve ritrarre”.

Un vero inno alla lotta, al sacrificio in nome di una libertà di cui in seguito potranno godere intere generazioni alle quali rimane l’onere del ricordo e della rimembranza.

A proposito di Europa..

Una citazione sempre attuale:

“A noi pare che oggi come non mai il problema non solamente sia maturo, ma che sia giunto a un punto da essere questione di vita o di morte: di vita o di morte per l’Europa come unità storico-culturale e per le singole nazionalità che la compongono. L’esperienza dei trascorsi vent’anni ha dimostrato ad abbondanza, attraverso l’amara e precaria vita della Società delle Nazioni, che l’organizzazione dell’Europa non è possibile attraverso compromessi che salvino da un lato il concetto continentale e dall’altro la piena e totale sovranità degli Stati. Uno Stato sovrano in Europa tende a divenire, o presto o tardi, nazionalista o – peggio – imperialista. Sono i secoli di storia intensa e gloriosa che inducono ciascuno Stato ad accampare titoli di superiorità sugli altri. È la stretta interdipendenza della storia di ciascun popolo con quelle degli altri a indurre ciascuno a rivangare nel passato le rivendicazioni, le amicizie e gli odii.”

Progetto di Costituzione Confederale Europea ed Interna – Duccio Galimberti, Antonino Rèpaci

 

 A cura di Francesca Cavallera

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