Il Consiglio dell’UE ha approvato nuove norme per rendere più rapide le procedure di rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a restare nell’Unione. Le regole entreranno in vigore nelle prossime settimane e completano uno dei tasselli finali del Patto migrazione‑asilo, che punta a ridurre le differenze tra gli Stati membri.
Le nuove disposizioni introducono obblighi più chiari per chi non ha il diritto di restare e riceve una decisione di rimpatrio. È necessario lasciare il territorio e collaborare con le autorità per l’identificazione e i documenti. In caso di mancata cooperazione, gli Stati potranno applicare sanzioni, come la riduzione dei benefici o, dove previsto, sanzioni pecuniarie.
Viene introdotto l’European Return Order, un modulo standard che raccoglie gli elementi essenziali della decisione di rimpatrio. Gli Stati potranno così riconoscere volontariamente le decisioni emesse da altri Paesi UE, con l’obiettivo di rendere il sistema più uniforme. Al momento è uno strumento volontario, tra tre anni la Commissione valuterà se proporre il riconoscimento obbligatorio.
Sono previste misure speciali per chi rappresenta un rischio per la sicurezza, in tali casi gli Stati potranno imporre divieti di ingresso a tempo indeterminato e, nei casi più gravi, prolungare la detenzione fino a oltre 24 mesi.
Una novità rilevante riguarda i return hubs, strutture situate in Paesi terzi verso cui gli Stati membri potranno trasferire le persone in attesa di rimpatrio. Saranno richiesti accordi che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani e il principio di non‑refoulement. I minori non accompagnati restano esclusi da tali accordi.
In via generale le norme entreranno in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta: le misure sui return hubs saranno operative subito, altre richiederanno un anno di preparazione amministrativa.
Per approfondire: Il Consiglio adotta nuove norme sul rimpatrio per le persone che non hanno il diritto di soggiornare nell’UE













