Putin e la legittimazione della guerra della Russia all’Europa

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Dal 18 al 20 settembre sono stati giorni di elezioni in Russia, tre giorni dedicati ad usare uno degli strumenti di base della democrazia per giocare una macabra messinscena di legittimazione dello zar Putin e della sua guerra all’Ucraina.

Si trattava di elezioni legislative volte a rinnovare i 450 seggi della Duma, la camera bassa del Parlamento russo. Senza sorprese e come previsto, il Partito di Putin, Russia Unita, ha vinto le elezioni,  in un contesto rigidamente controllato, in cui ogni opposizione al regime e alla guerra, era stata messa a tacere. Secondo i primi dati della Commissione elettorale russa, la vittoria di Russia Unita sarebbe di circa il 58% dei voti, con un’affluenza intono al 60%. 

Un risultato superiore a quello ottenuto nelle scorse elezioni del 2021, circa il 50%, prima del conflitto in Ucraina, che permette al Cremlino di conservare comodamente la maggioranza dei due terzi dei deputati della Duma e di conferire a Putin una legittimità per continuare le operazioni militari in Ucraina. Il Cremlino, infatti, non ha esitato a considerare tali favorevoli risultati come “la testimonianza di un eccezionale livello di coesione della società russa nei confronti del Capo dello Stato” e  a voler infondere nella popolazione l’illusione di una vita normale in un paese dove ormai, la guerra, con l’intensificarsi degli attacchi dei droni ucraini, sta cominciando a diventare parte del vivere quotidiano.

Non solo, ma viste le difficoltà militari che l’esercito russo sta affrontando in Ucraina in un contesto di continua escalation e vista la mancanza di una qualsiasi apertura, da parte di Putin, per mettere fine alla guerra, questa legittimazione elettorale potrebbe anche servire al Cremlino per adottare misure temute e impopolari, quali ad esempio l’imposizione di una nuova e massiccia mobilitazione militare per raggiungere gli obiettivi della guerra e, in particolare, la conquista dell’intero Donbass. 

Le elezioni parlamentari russe si sono svolte anche nei territori ucraini temporaneamente occupati dalla Russia, vale a dire la Repubblica autonoma di Crimea e la città di Sebastopoli, nonché parti delle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson. Elezioni sotto tensione e minacce per circa 3.5 milioni di persone, condannate inequivocabilmente dall’Unione Europea come “un’ulteriore palese violazione del diritto internazionale, compresa la Carta delle Nazioni Unite e dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Se, da una parte, queste elezioni sono state una penosa farsa nei confronti della democrazia, dall’altra  sono state anche una dimostrazione di forza nei confronti dell’Europa e del suo sostegno all’Ucraina, un’Europa sempre più fragile nella sua coesione interna e avviata verso un’incerta stagione elettorale segnata dall’incedere delle destre, dei nazionalismi e dei populismi. Cosa che proprio non dispiace allo zar di Russia.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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