Difesa comune UE, cara e lontana

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La Corte dei Conti europea, la magistratura contabile UE che veglia sulla correttezza della gestione del bilancio comunitario, non ha risparmiato nei giorni scorsi critiche severe alla spesa militare nell’Unione Europea.

Nel valutare le risorse destinate nell’UE alla spesa militare, la Corte ha preso come riferimento l’impegno assunto di raggiungere una “prontezza a difendersi” da parte dell’UE entro il 2030 e, a quattro anni da una scadenza ritenuta a rischio di una possibile aggressione, non esita a denunciare i ritardi in presenza di un aumento straordinario della spesa militare.

Quest’ultima è cresciuta dell’80% negli scorsi cinque anni, passando da 262 miliardi del 2020 a 418 miliardi di euro nel 2025, senza che si sia registrata una proporzionale crescita della sicurezza e, soprattutto, una convincente dimensione europea di quest’ultima, anche in considerazione di una spesa che per quasi il 70% dipende da produzioni USA, rinviando nel tempo la pretesa “autonomia strategica” europea.

Tra le criticità segnalate, l’insistenza dei governi nazionali a procedere ognuno per proprio conto facendo venir meno la compatibilità dei sistemi d’arma e, più ancora, aggravando gli squilibri tra le forze militari nazionali, in particolare tenuto conto degli straordinari investimenti previsti dalla  Germania di ben 500 miliardi di euro.

Questo sta accadendo nel quadro dell’ambizioso programma della Commissione europea, chiamato infelicemente in un primo tempo “Riarmo UE” e poi tradotto, e inutilmente occultato, da un più prudente e vago titolo “Pronti per il 2030”. Purtroppo per il 2030 siamo lontani da essere pronti, salvo forse la Germania,  con “il più forte esercito in Europa”, come dichiarato dal Cancelliere. grazie all’importante spazio fiscale di cui dispone e che gli altri Paesi UE nemmeno si sognano.

Aggrava ulteriormente questa situazione di squilibrio il ventaglio diversificato di spesa militare tra nord e sud dell’UE, con livelli più alti per i Paesi ai confini con la Russia: nel 2025 nettamente sopra il 3% del Prodotto interno lordo in Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania; sopra il 2% in Grecia, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Romania, Cechia e Germania e, attorno all’1%, gli altri Paesi UE, tra cui l’Italia. Diverse saranno le percentuali alla fine di quest’anno, tenuto conto dell’impegno per tutti i Paesi UE di avviarsi verso un teorico 5%, come accettato dopo il diktat di Donald Trump.

Come si vede dimensioni di spesa enormi che motivano la messa in guardia della Corte dei Conti UE, preoccupata per “il crescente ricorso alla spesa per la difesa finanziata tramite debito, ai prestiti garantiti dall’UE e all’attivazione delle clausole di flessibilità che può compromettere la sostenibilità del bilancio, rallentando la riduzione del debito pubblico”. Parole che si spera non siano sfuggite al governo italiano che in questa trappola si sta infilando proprio mentre si vanta del  contenimento della finanza pubblica.

Come se tutto questo non bastasse, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al summit sullo spazio di Parigi, a fronte della richiesta formale di sei governi UE (Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia) di tagliare il futuro bilancio comunitario 2028-2034,  è stata ferma nel proteggere i futuri finanziamenti proposti per la difesa, pur consapevole che sono “cinque volte superiori ai fondi attualmente disponibili”. 

Visto poi che a chiedere i tagli al bilancio sono in gran parte gli stessi Paesi che vogliono venga aumentata la spesa per la difesa, allora già si può intravvedere chi dovrà pagare i prezzi del taglio dei capitoli destinati alla coesione e alla spesa sociale. 

In testa in questa lista l’Italia, alle prese con la flessibilità di spesa per energia e difesa a debito, tenuto conto che martedì scorso è stata riconfermata la procedura di infrazione per deficit eccessivo: non proprio di buon auspicio per largheggiare in  “regali” nella legge finanziaria elettorale in preparazione.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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