La banalità del bene: Francesco Brondello

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Prendendo spunto dal celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, questa rubrica vuole essere una provocazione al contrario, con l’obiettivo di narrare storie di eroici personaggi più o meno contemporanei che hanno segnato la storia per i loro sacrifici e la loro immolazione a favore di un progresso umano. La rubrica mensile vuole essere un atto di descrizione di come il bene possa esistere, e il titolo vuole essere una provocazione per dimostrare come la ricerca del progresso non sia banale, ma, al contrario, di come possa essere un umano atto eroico.

Francesco Brondello

“I miei maestri mi hanno insegnato ad amare il prossimo, non a chiedere la carta d’identità. Se qualcuno è in pericolo di vita, se qualcuno ha fame, non c’è da chiedere la carta di identità: il diritto di vivere e il bisogno di aiuto costituiscono il suo documento”.

Don Brondello durante l’interrogatorio delle SS in seguito al suo arresto con l’accusa di aver favorito la fuga di alcune persone ebree che si rifugiavano nelle vallate cuneesi

Biografia e storia

Esattamente due anni fa, il  febbraio 2015, ci lasciò una grande personalità vissuta nelle nostre valli.: l’8 maggio 1920 nacque a Borgo San Dalmazzo Francesco Brondello, parroco proclamato nel 2004 “Giusto tra le Nazioni” in riconoscenza alle sue azioni che durante la Seconda Guerra Mondiale salvarono la vita a molte persone di origine ebraica.

Nel 1943 don Brondello aveva solo 23 anni quando si trovò a vivere uno dei momenti più drammatici della storia del cuneese. In quell’anno, infatti, molti italiani appartenenti alla Quarta Armata e centinaia di ebrei in fuga provenienti dalla residence forcée di St. Martin Vésubie, si rifugiarono nelle vallate cuneesi, in Valle Gesso e Stura, in cerca di un rifugio. Era il 18 settembre quando il capitano Muller, che stanziava a Cuneo, pubblicò il bando che decretava la fucilazione immediata per gli stranieri latitanti e per chi li avesse protetti. All’epoca l’esercito nazista aveva occupato Cuneo e stava disseminando il terrore nelle nostre valli. Il 19 settembre le SS distrussero la città di Boves bruciando 350 case, torturando e massacrando 24 persone, uccidendo, tra gli altri don Mario Ghibaudo e don Giuseppe Bernardi, due amici di don Brondello. Inoltre, in quell’epoca i nazisti si servirono di uno stabile della cittadina di Borgo San Dalmazzo per costruire un campo di concentramento, attivo per volere di Muller dal 1943 e che ospitò 329 persone di origine ebraica. Queste il 21 novembre 1943 vennero caricate su carri bestiame e trasportate ad Auschwitz; solo 19 sopravvissero. In seguito la struttura fu la sede di un campo di concentramento gestito dalla Repubblica Sociale Italiana, in cui vennero recluse 26 persone, anch’esse trasportate ad Auschwitz e di cui sopravvissero solamente due.

Nonostante la tragica situazione, il curato fece una scelta di vita aiutando due sorelle Chaya e Gitta  Kantoriwicz, due bambine rispettivamente di 9 e 13 anni provenienti da Berlino insieme alla loro mamma, a fuggire alla furia delle SS. Procurò loro delle carte d’identità false e dei vestiti per l’inverno. Non solo, si preoccupò di distribuire denaro e aiuti di vario genere passando di baita in baita, si occupò di trasmettere le lettere tra le famiglie di ebrei rimasti a Nizza e quelle che erano fuggite nel territorio Cuneese, e li aiutò a organizzare la loro fuga verso la Svizzera o il sud d’Italia. Il trucco nel trasportare i messaggi era quello di scrivere i testi con parole in piemontese ma usando i caratteri greci, così da impedire ai soldati di poter leggere e comprendere il contenuto dei biglietti.

Nel 1944 don Brondello fu catturato dai fascisti che lo imprigionarono, interrogarono e torturarono obbligandolo a tenere per una giornata intera una bomba a mano in bocca. Nonostante le numerose percosse, fisiche e psicologiche, non rivelò ai soldati nessuna informazione strategica, permettendo così a moltissime persone di salvarsi la vita.

 

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