A pochi giorni dal cruciale vertice dei leader europei, convocato per il 15 ottobre, e in vista del nuovo testo di compromesso atteso dalla presidenza di turno irlandese, il clima sul futuro del bilancio a lungo termine dell’Unione Europea si fa sempre più rovente. È in questo scenario di forti tensioni che un fronte compatto di 17 Stati membri ha deciso di calare sul tavolo delle trattative una controproposta.
Guidati da un asse che vede in prima fila anche l’Italia, i governi di questi 17 paesi hanno avanzato le proprie richieste in una lettera formale indirizzata al Taoiseach irlandese, Micheál Martin. Il messaggio di fondo è chiaro e diretto: le nuove e legittime priorità strategiche dell’Unione — dalla difesa alla competitività — non possono essere inseguite smantellando i pilastri storici su cui si regge l’integrazione europea, vale a dire la Politica di Coesione e la Politica Agricola Comune (PAC).
Si tratta di un’iniziativa nata, nei fatti, per fare da contrappeso alle pressioni del blocco dei paesi cosiddetti “frugali” (Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia). Proprio quest’ultimi, nella bozza di compromesso di giugno, avevano spinto per un taglio del bilancio proposto dalla Commissione pari a centinaia di miliardi di euro, cifre ben superiori alla riduzione del 2% presentata dal governo di Cipro, allora presidente di turno del Consiglio dell’UE.
Per i 17 firmatari — un blocco guidato da Italia e Romania, a cui si aggiungono Spagna, Polonia, Portogallo, Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta — imboccare questa strada sarebbe un grave errore. «Questo non è il momento per l’Europa di abbassare le proprie ambizioni», ammonisce senza mezzi termini il documento, ribadendo che il volume finanziario complessivo discusso finora deve restare il punto di riferimento per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, dalla sicurezza energetica alla crescita.
La proposta avanzata dal gruppo non si limita però alla difesa dello status quo, ma apre a soluzioni innovative per trovare le risorse necessarie senza mettere ulteriormente sotto pressione i bilanci nazionali. Oltre a ribadire la disponibilità a discutere di nuove risorse proprie che siano eque e trasparenti, il documento suggerisce di percorrere strade alternative: da un rimborso più graduale del debito post-pandemia di NextGenerationEU per liberare nuovo spazio di manovra fiscale, fino all’utilizzo di strumenti di debito comune mirati per le priorità strategiche. Non manca, infine, un affondo su un tema storico e divisivo: la richiesta di cancellare una volta per tutte l’attuale sistema di correzioni e rebates (gli sconti sui contributi di cui godono alcuni Stati), dal momento che le disparità economiche che li avevano giustificati in passato sono ormai profondamente cambiate.
Con l’avvicinarsi della scadenza di fine anno per trovare un’intesa complessiva, la pressione politica sulla presidenza irlandese è ora ai massimi livelli. Il compromesso che riuscirà a emergere dal Consiglio deciderà molto più della semplice capacità finanziaria dell’Europa per i prossimi sette anni: metterà alla prova la tenuta politica dell’Unione e la sua capacità di superare la storica linea di faglia tra Nord e Sud, tra chi contribuisce e chi beneficia.
Per approfondire: Documento dei Paesi “amici della coesione” alla presidenza irlandese di turno del Consiglio dell’UE













