Un meccanismo europeo di (in)stabilità

Riparte il tormentone tra Roma e Bruxelles. Che il fuoco covasse sotto la cenere non era un mistero, ma che divampasse con questi torni urlati in occasione di una polemica politica tra governo e opposizione e all’interno dello stesso governo ha sorpreso più d’uno.

La polemica è scoppiata nei giorni scorsi, quando l’Italia aveva appena superato, per il rotto della cuffia, un primo esame sul progetto di legge di bilancio, in attesa di conoscere l’esito del travagliato iter parlamentare in corso e in vista di una più esigente verifica nella prossima primavera. 

Quasi un fulmine a ciel sereno ha fatto irruzione il problema del Meccanismo europeo di stabilità (MES), un dispositivo in corso di elaborazione da tempo per regolare l’intervento del Fondo salva-Stati, dotato di circa 705 miliardi di euro per venire in soccorso, se necessario, a un Paese che si trovasse in difficoltà con le finanze pubbliche a fronte di crisi bancarie e di un debito pubblico giudicato “non sostenibile”.

Che sul tema qualcuno pensi all’Italia non stupirà chi ne conosce l’alto debito pubblico, oggi stimato sopra il 136% del PIL, e i rischi cui è esposto il nostro sistema bancario. I timori riguardano l’applicazione di un eventuale intervento del fondo salva-Stati e i vincoli che ne deriverebbero per i “beneficiari”, potenziali “vittime” di una ipotetica ristrutturazione del debito, con pesanti costi anche per i privati, chiamati a pagarne la loro parte. 

Sullo sfondo si agita il fantasma della Grecia e il deprecato intervento della “Troika” – Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale – con le pesanti conseguenze che i greci conoscono bene e la minaccia balenata a tratti anche per l’Italia.

L’allarme per l’Italia è stato lanciato dall’opposizione, risvegliando all’interno del governo un Movimento Cinque stelle dall’”europeismo” friabile (come ancora dimostrato dal suo recente voto a Strasburgo), a tratti non lontano da una competizione “sovranista”  con il suo recente ex-alleato, la Lega, e affiancato dalla componente di sinistra del governo, mentre a gettare acqua sul fuoco ci sta provando il “pompiere” partito democratico, anche per non indebolire ulteriormente il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Nella rissa in corso e in attesa dei chiarimenti promessi da Conte in Parlamento, può essere utile cercare di capire qual è la posta in gioco. Diciamolo subito: in gioco sono la solidarietà europea, le condizioni del suo esercizio e la responsabilità di chi ne deve assicurare il governo.

Un perno centrale della solidarietà nell’eurozona è la moneta unica che l’Italia condivide con altri 18 Paesi, le condizioni per il suo esercizio sono i vincoli che abbiamo liberamente sottoscritto e la cui applicazione è in carico all’Autorità a questo delegata, in questo caso specifico pericolosamente fuori dalla competenza esclusiva delle Istituzioni comunitarie. 

Nel caso del Fondo salva-Stati, responsabile principale dell’eventuale intervento di soccorso, è lo stesso istituto del MES, a dominante intergovernativa, con la Germania in testa, cui spetta valutare la situazione dialogando con la Commissione e il governo interessato, con l’esclusione di ogni automatismo.

Nel quadro di un raffreddamento globale dell’economia e con un rischio di recessione all’orizzonte è normale che le Istituzioni europee vogliano attrezzarsi con strumenti di prevenzione in caso di crisi. Restano da discutere le modalità di intervento del meccanismo di stabilità, la trasparenza nella loro attivazione e i nuovi equilibri che si verrebbero a determinare nella regolamentazione dell’eurozona, in assenza ancora per quest’ultima di un bilancio proprio e del completamento dell’unione bancaria, in attesa inoltre di una revisione del Patto di stabilità: tutti elementi intrecciati tra di loro.

E’ noto che l’Italia preoccupa i nostri partner, quelli “rigoristi” del nord in particolare, consapevoli che l’impatto finanziario in caso di una crisi sistemica italiana non è comparabile a quello della Grecia; un “caso” che però dovrebbe preoccupare prima di tutto i politici italiani, al governo e all’opposizione, che continuano a rimandare a domani la riduzione del debito pubblico, in un clima di campagna elettorale permanente, come rivela ancora la vicenda in corso della legge di bilancio, altro sintomo chiaro dell’instabilità politica italiana. 

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