Niente paura, in crisi e’ la Lira turca. Per ora.

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Turbolenze monetarie hanno investito la lira turca, riducendone di molto il valore, rispetto in particolare al dollaro. Non è stato un passeggero temporale di mezza estate, ma per ora nemmeno uno tsunami in grado di dissestare altri mercati e di rilanciare una crisi finanziaria ed economica come quella esplosa dieci anni fa. Non che la cosa sia da escludere in futuro, come molti temono, e non solo per gli squilibri finanziari della Turchia ma anche – e forse di più – per le turbolenze politiche innescate dal sultano turco, cui contribuiscono generosamente le irruzioni di Donald Trump nei rapporti commerciali e, nell’area mediorientale, la rottura dell’accordo con l’Iran, insieme con i sostegni offerti ai suoi alleati israeliani e sauditi.

Al momento può essere utile riflettere alle possibili ricadute della vicenda turca sull’Europa e sull’Italia, oltre che sulla tenuta della NATO, l’Alleanza militare atlantica di cui la Turchia è membro importante per la sua posizione geopolitica nell’arco mediorientale e le sue tentazioni di intesa con la Russia di Putin.

L’Unione Europea ha più di un motivo per prestare attenzione a quanto accade al di là del Bosforo. Prima di tutto perché la Turchia resta formalmente un Paese candidato all’adesione all’UE, anche se è noto che i negoziati sono praticamente sospesi dopo un avvio che sembrò promettente nel 2005. Sono in molti a pensare che in quel periodo si lasciò passare un treno che poteva portare la Turchia verso Occidente, raffreddandone le simpatie islamiche e sostenendo un’evoluzione laica del processo democratico allora in corso, condizione indispensabile per l’apertura dei negoziati. Tre anni dopo la crisi economica in occidente e poi le derive islamiste nel medioriente in guerra mutarono lo scenario, con un’accelerazione della progressione autoritaria di Erdogan che hanno fatto venir meno le condizioni per proseguire nelle trattative per l’adesione.

Inutile oggi piangere sul latte versato, senza però dimenticare vincoli che continuano a pesare nell’Unione Europea: primo fra tutti l’accordo concluso, su iniziativa della Germania, per fermare in Turchia il flusso dei migranti, arginando tre milioni di profughi ammassati ai confini dell’UE, in cambio di miliardi di euro e con la delega alla Turchia a gestire una situazione senza garanzie per il rispetto dei diritti umani fondamentali. A questo si aggiungono le preoccupazioni per le importanti esposizioni finanziarie delle banche europee – Francia e Germania in testa, ma anche l’Italia non è tranquilla – per i crediti consentiti alla Turchia e per i quali si temono le condizioni di rientro.

L’Italia guarda alla Turchia di oggi con qualche preoccupazione in più, vista la sua fragilità finanziaria, con un debito pubblico che continua a crescere, una futura legge di bilancio – chiamata con ottimismo di “stabilità” – che avrà difficoltà a rispettare i parametri del deficit convenuto con l’UE: tutto questo proprio alla vigilia della chiusura dei rubinetti della Banca centrale europea, che aveva non poco confortato le finanze pubbliche italiane già oggi sotto pressione, con il ritorno di quello “spread” che avevamo quasi dimenticato e che è tornato a salire.

Se in queste condizioni si potesse essere di buon umore verrebbe da chiedersi – e chiedere in particolare agli “apprendisti stregoni” della Lega – che cosa accadrebbe se oggi a far fronte alle turbolenze della lira turca dovesse battersi da sola la lira italiana, quella che qualcuno ancora rimpiange, al punto da tenere pronto un “piano B” per tornarci.

Sarebbe senza dubbio una lotta “eroica”, come quella generosa di Enrico Toti che lanciò la sua stampella per fermare il nemico. Allora l’Italia ne uscì vittoriosa, ma era un’altra Italia. E tutta un’altra storia.

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