Libia, tra guerra e migranti

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Siamo a pochi giorni dalle elezioni europee e l’Europa, con il nostro Paese in prima linea, continua a guardare, in preda a uno stato confusionale, le ormai poche navi che spuntano all’orizzonte con il loro carico di sofferenza umana, provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo.

Uomini, donne e bambini che partono da un Paese, la Libia, diventato estremamente insicuro e in preda, da due mesi a questa parte, ad una nuova guerra civile. Sono migranti e richiedenti asilo provenienti da un’Africa terremotata, violenta e infeconda e che vorrebbero raggiungere il porto più vicino in Europa, l’Italia appunto. Ma quel breve tratto di mare, come ci dicono le stime dell’ONU, è diventato, per la maggior parte dei migranti un ostacolo insormontabile, un precipizio mortale intorno al quale muore anche la speranza di aggrapparsi ad una mano che possa portare soccorso e salvezza.

La Libia è il Paese più grande dell’Africa del Nord, ricco di ingenti riserve di petrolio, in preda dal 2011 ad una intensa instabilità politica,  divisa tra tribù e milizie che si spartiscono il potere sul territorio. E’ solo nel 2015, con l’accordo di pace di Skhirat (Marocco) che la comunità internazionale, sotto l’egida dell’ONU, sostiene e riconosce la formazione del Governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj. Un Governo con sede a Tripoli ma che deve fare i conti con la parte orientale del Paese, la Cirenaica, nelle mani di un Governo non riconosciuto, installato a Tobruk e sostenuto dal Capo dell’Esercito nazionale libico, il Generale Khalifa Haftar.

Nel legittimare il Governo di Sarraj, la comunità internazionale, dopo i vari conflitti e in particolare dopo la guerra civile del 2014, sperava di contribuire a sanare le profonde ferite e le divisioni che attraversano il Paese,  cercando di portare al tavolo dei  negoziati i principali attori della vita politica e militare. Speranze che si sono rivelate vane, perché a distanza di quasi cinque anni, la Libia è più divisa che mai e non è stata in grado di avviare quel processo di pacifica transizione che doveva portare  alla costruzione di Istituzioni democratiche. Un evidente fallimento, dove il colpo di grazia è stato dato proprio il 4 aprile scorso con l’attacco sferrato dal Generale Haftar contro le forze fedeli al Governo di Tripoli.

Il Generale Haftar, ha dato cosi’  inizio ad una nuova guerra che ha come obiettivo quello di spodestare il Governo di Tripoli e, di conseguenza, di distruggere il processo che l’ONU e la comunità internazionale, sebbene divisa, si sforzavano di proporre alla Libia. Oggi, questa guerra, dopo aver mietuto vittime e spinto molti sfollati a lasciare le loro case, sembra aver perso intensità ed essere giunta in una specie di impasse politica e militare.

Una situazione di immobilismo che solleva inquietanti interrogativi sui suoi sviluppi futuri. In primo luogo il Generale Haftar, in un recente incontro a Roma, ha fatto sapere la sua determinazione ad andare avanti e a raggiungere Tripoli, “per estirpare il terrorismo”, escludendo la possibilità di una soluzione politica alla crisi in corso. Lo stesso Generale sarà a Parigi la settimana prossima, dove il Presidente Macron, malgrado gli atteggiamenti ambigui del suo Paese al riguardo, lo inviterà ad accettare un “cessate il fuoco” e a sostenere la ripresa di un dialogo fra le parti in conflitto, sempre sotto l’egida dell’ONU.

Si tratta di una partita aperta, ad oggi senza garanzie di successo, ma che potrebbe sfociare, se non imbocca la strada del dialogo, in nuovi scenari dove il Paese diventerebbe teatro di scontro per interessi regionali e internazionali. La posizione geostrategica della Libia, l’interesse nei confronti di un potere forte e le ingenti risorse petrolifere non lasciano indifferenti nessuno : a livello regionale il Generale Haftar gode infatti del sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita ; a livello internazionale la Russia punta su Haftar per rientrare in Libia, mentre gli Stati Uniti, dopo un iniziale momento di disinteresse, sembrano accordare più credito al Generale.

E’ in questa situazione di incertezza, ma nello stesso tempo carica di opportunità diplomatiche, che la Libia vive nuovi e gravi momenti di turbolenze, di violenze, di divisioni e di mancanza di uno Stato di diritto.

Ed è a questa Libia che l’Europa e l’Italia hanno affidato il compito e la responsabilità di trattenere i migranti, affinché desistano dall’intraprendere il viaggio della salvezza.

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