Italia sempre più sola nell’Ue

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Ha fatto molto parlare e scrivere in questi giorni il richiamo a Parigi per consultazione dell’ambasciatore francese in Italia, una decisione grave, che tra i due Paesi non si vedeva dal 1940, al tempo del fascismo, e mai si era vista tra Paesi membri fondatori dell’Unione Europea.

Molto si è detto dei rapporti nella storia tra i due Paesi confinanti, meno si è riflettuto sul significato e il possibile impatto del conflitto nell’Unione Europea.

Che la scadenza europea delle elezioni di maggio sia un fattore importante delle tensioni in corso è evidente: la campagna elettorale sta crescendo di intensità e non lesina sulla propaganda, pronta a cogliere tutte le occasioni per guadagnare – o non perdere – qualche brandello di consenso.

In questa singolare congiuntura quello che si va configurando è un campo di battaglia ad almeno quattro livelli: quello senza esclusione di colpi tra la Lega e i Cinquestelle, quello discreto tra il Quirinale e il governo, quello dei due vicepresidenti del Consiglio, seppure con toni diversi, con la Francia e quello, permanentemente sotto traccia, tra l’Italia e l’Unione Europea.

Può essere utile cercare di portare in emersione quest’ultimo livello, per le conseguenze che annuncia per l’Italia in un futuro non lontano.

All’indomani della firma della nuova intesa politica, siglata ad Aquisgrana tra Francia e Germania, e alla vigilia dell’esito, forse finale, di Brexit l’UE si prepara a voltare pagina, tenuto conto del risultato del voto di maggio, come previsto dal Trattato di Lisbona.

Dentro questo quadro si muovono dinamiche bilaterali che prevalgono di gran lunga su quelle comunitarie, indebolite dall’imminente cambio ai vertici delle Istituzioni UE e tuttavia attive, come nel caso della Commissione con l’autorizzazione negata alla fusione Alstom-Siemens o con le inquietanti previsioni economiche d’inverno o come nel caso della Banca centrale europea, alle prese con il rallentamento dell’economia.

Preoccupa che su entrambi i versanti, quello dei rapporti bilaterali e quelli comunitari l’Italia si stia tagliando fuori dai giochi in corso.

A proposito dei primi, va ricordato che rispetto al patto di Aquisgrana era in cantiere un Trattato analogo tra Roma e Parigi, adesso rinviato sine die; altri contatti bilaterali, tentati dalla Lega con i Paesi di Visegràd, in particolare Polonia e Ungheria, sono per ora finiti sul binario morto, per non dire delle conseguenze degli approcci sconsiderati dei Cinquestelle con i gilet gialli francesi.

A livello comunitario, ha lasciato strascichi la tensione del governo italiano con Bruxelles in occasione della legge di bilancio di fine 2018 e già se ne intravvedono ulteriori sviluppi dopo la previsione della Commissione europea sulla crescita italiana ferma allo 0,2% nel 2019, all’indomani della quale lo spread è tornato a salire.

Se a questo si aggiunge l’isolamento cui si è condannata l’Italia nella vicenda del Venezuela, difficile immaginare un ruolo importante per questo governo in seno al Consiglio europeo di marzo, ultimo prima delle elezioni europee.

L’appuntamento a questo punto sarà con il Consiglio europeo di fine giugno, quando sul tavolo ci saranno le nuove designazioni per i futuri Vertici UE: dal presidente della Commissione a quello del Consiglio europeo, da quello del Parlamento di Strasburgo a quello della Banca centrale. Difficile immaginare oggi che l’attuale governo italiano si possa presentare a quel tavolo con buone carte da giocarsi. Sempre che dopo le elezioni europee il governo sia ancora quello gialloverde.

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