Il Discorso sullo Stato dell’Unione 2018 – #SOTEU

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Di seguito il testo del Discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mercoledì 12 settembre.

 

INTRODUZIONE: UN APPASSIONATO IMPERATIVO DI AZIONE E DI VIGILANZA

Signor Presidente,

onorevoli deputati,

talvolta la Storia avanza con discrezione e a piccoli passi e poi si allontana rapidamente.

Così si può descrivere l’operato di una Commissione che dispone soltanto di un mandato di cinque anni per cambiare definitivamente il corso delle cose.

L’attuale Commissione è un episodio, un breve momento nella lunga storia dell’Unione europea. L’ora del bilancio definitivo della Commissione che presiedo non è ancora venuta.

Oggi, quindi, non intendo presentarvi un bilancio di ciò che siamo riusciti a fare negli ultimi quattro anni.

Al contrario: sono qui per dirvi che nei prossimi dodici mesi continueremo a lavorare per trasformare un’Unione europea imperfetta in un’Unione ogni giorno più perfetta.

Resta ancora qualcosa da fare ed è di questo che vorrei parlarvi stamattina.

Nessun autocompiacimento. Nessuna presunzione. Modestia e lavoro: questo è l’atteggiamento che la Commissione intende assumere, questo è il nostro programma per i prossimi mesi.

Talvolta la Storia – nel senso vero e proprio del termine – piomba senza preavviso nella vita delle nazioni e la lascia solo dopo molto tempo.

È questo che avvenne al momento della Grande Guerra che nel 1914 colse di sorpresa il continente europeo, dopo un 1913 soleggiato, calmo, tranquillo e ottimista.

Nel 1913 gli europei si aspettavano di vivere a lungo in pace. Eppure l’anno successivo una guerra fratricida irruppe in Europa.

Parlo di quel periodo non perché pensi che siamo sull’orlo di una nuova catastrofe.

L’Unione europea è una garanzia di pace. Dovremmo essere felici di vivere in un continente in pace, un continente che conosce la pace grazie all’Unione europea.

Dovremmo rispettare di più l’Unione europea, non infangarne l’immagine, difendere il nostro modo di essere e di vivere.

Dovremmo accettare un patriottismo che non è diretto contro gli altri. E rifiutare un nazionalismo eccessivo che porta a respingere e detestare gli altri, che distrugge, che cerca dei colpevoli invece di cercare soluzioni che ci permettano di vivere meglio insieme.

Il patto fondatore dell’Unione europea – mai più guerra – resta un’esigenza primaria. Un appassionato imperativo di vigilanza che si impone da noi e intorno a noi.

 

LO STATO DELLA NOSTRA UNIONE NEL 2018

UN IMPEGNO CHE PRODUCE I SUOI FRUTTI

Onorevoli deputati,

qual è lo stato dell’Unione europea oggi, nel 2018?

A dieci anni dalla bancarotta di Lehman Brothers, l’Europa si è gettata definitivamente alle spalle la crisi economica e finanziaria che ci è giunta dall’esterno e ci ha colpito talvolta brutalmente.

L’economia europea cresce ormai da 21 trimestri consecutivi.

È tornato il lavoro: dal 2014 sono stati creati quasi 12 milioni di nuovi posti di lavoro. 12 milioni di posti di lavoro: un numero di persone superiore alla popolazione del Belgio.

In Europa i lavoratori, uomini e donne, non sono mai stati tanto numerosi: 239 milioni.

La disoccupazione giovanile è al 14,8 %: una percentuale ancora troppo alta, ma che tocca il livello più basso dal 2000.

In Europa sono tornati gli investimenti, soprattutto grazie al nostro Fondo europeo per gli investimenti strategici (che alcuni, sempre più rari, chiamano ancora “Piano Juncker”), che ha mobilitato 335 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati. Stiamo arrivando a 400 miliardi.

E pensiamo alla Grecia: dopo anni – va detto – dolorosi, che hanno visto problemi sociali di una gravità senza precedenti, ma anche una solidarietà senza precedenti, la Grecia è riuscita a completare il suo programma e a rimettersi in piedi. Plaudo al popolo greco per i suoi forzi erculei, che gli altri europei continuano a sottovalutare. Ho sempre difeso la Grecia, la sua dignità, il suo ruolo in Europa e soprattutto la sua permanenza nella zona euro. Ne sono fiero.

L’Europa ha anche riconquistato il suo status di potenza commerciale. La potenza commerciale mondiale non è altro che la prova della necessità di condividere le nostre sovranità. Oggi l’Unione europea ha accordi commerciali con 70 paesi. Insieme rappresentiamo il 40 % del PIL mondiale. Questi accordi – molto spesso contestati – ma a torto – ci aiutano a esportare nelle altre parti del mondo norme europee elevate in materia di sicurezza alimentare, diritto del lavoro, ambiente e diritti dei consumatori.

Quando a luglio, in mezzo a un pericoloso periodo di tensioni internazionali, mi sono recato nel corso della stessa settimana a Pechino, Tokyo e Washington, ho potuto parlare, come Presidente della Commissione, a nome del più grande mercato unico al mondo. A nome di un’Unione che rappresenta un quinto dell’economia mondiale. A nome di un’Unione pronta a difendere i suoi valori e i suoi interessi. Ho presentato l’Europa come un continente aperto, ma la cui disponibilità non può essere data per scontata.

Forte dell’unità europea, che ho esposto in generale e nei dettagli, ho potuto esprimere la voce dell’Unione europea per ottenere risultati concreti a beneficio dei nostri cittadini e delle nostre imprese.

Uniti, come Unione, noi europei siamo diventati una forza che non può essere sottovalutata. A Washington ho parlato a nome dell’Europa. Alcuni descrivono l’accordo che sono riuscito a ottenere in seguito ai negoziati col Presidente Trump come sorprendente. Ma non ci sono state sorprese, perché l’Europa ha saputo esprimersi con una sola voce.

L’Europa, quando occorre, deve agire come un sol uomo.

 

UNA RESPONSABILITÀ GLOBALE

Lo abbiamo dimostrato quando abbiamo difeso strenuamente l’accordo di Parigi sul clima, perché noi europei vogliamo lasciare alle prossime generazioni un pianeta più pulito. Condivido le analisi del nostro Commissario per l’Energia sugli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per il 2030. Sono scientificamente esatte e politicamente necessarie.

Le siccità di questa estate sono un duro richiamo – non solo per gli agricoltori – all’importanza di questo nostro lavoro per proteggere l’avvenire delle generazioni future. Non possiamo vedere la sfida a cui siamo di fronte e voltare lo sguardo. Noi della Commissione e voi del Parlamento dobbiamo guardare verso il futuro.

Onorevoli deputati,

il mondo gira senza sosta ed è divenuto più instabile che mai. Le sfide esterne che il nostro continente deve affrontare si moltiplicano giorno dopo giorno.

Perciò il nostro impegno a costruire un’Europa più unita non può interrompersi neanche per un attimo.

L’Europa può esportare stabilità, come è accaduto con i vari allargamenti dell’Unione – che per me rappresentano e continuano a rappresentare dei successi, perché siamo riusciti a riconciliare la geografia e la storia europee. Ma occorre impegnarci di più. Dobbiamo definire in modo irrevocabile il nostro atteggiamento nei confronti dei Balcani occidentali. Altrimenti, il nostro immediato vicinato sarà influenzato da altri.

Guardiamoci intorno. Ciò che sta accadendo in questo momento a Idlib, in Siria, dev’essere per tutti noi fonte di profonda e immediata preoccupazione. Non possiamo restare in silenzio di fronte a questa catastrofe umanitaria imminente che è, di fatto, una catastrofe annunciata.

Il conflitto siriano mostra come l’ordine internazionale di cui hanno potuto beneficiare gli europei dopo la seconda guerra mondiale sia sempre più minacciato.

Nel mondo odierno, l’Europa non può più essere certa che gli impegni presi ieri siano mantenuti domani.

Le alleanze di ieri forse non saranno più quelle di domani.

 

L’ORA DELLA SOVRANITÀ EUROPEA

Signore e Signori,

il mondo oggi ha bisogno di un’Europa forte e unita.

Un’Europa che si adoperi a favore della pace, di accordi commerciali e relazioni monetarie stabili, anche se altri sono talvolta inclini a optare per guerre commerciali o monetarie. Non amo l’unilateralità che non rispetta le attese e le speranze altrui. Resterò sempre un sostenitore del multilateralismo.

Se l’Europa si rendesse conto di più della potenza politica, economica e militare delle sue nazioni, potremmo abbandonare il ruolo esclusivo di finanziatore globale, che del resto intendiamo mantenere. Dobbiamo diventare sempre più protagonisti sulla scena mondiale. Siamo global payers, ma dobbiamo essere anche global players.

Per questo motivo nel 2014 ho rilanciato, malgrado le resistenze con cui mi sono allora scontrato, il progetto di un’Unione europea della difesa. E per questo nei prossimi mesi la Commissione continuerà a lavorare affinché diventino pienamente operativi il Fondo europeo per la difesa e la cooperazione strutturata permanente in materia di difesa. Su questo vorrei fare una precisazione, per me importante: non intendiamo militarizzare l’Unione europea. Intendiamo divenire più responsabili e più indipendenti.

Perché solo un’Europa forte e unita può proteggere i suoi cittadini da minacce interne ed esterne, dal terrorismo ai cambiamenti climatici.

Solo un’Europa forte e unita può proteggere l’occupazione in un mondo aperto e interconnesso.

Solo un’Europa forte e unita può far fronte alle sfide della digitalizzazione globale.

Noi europei, avendo il mercato unico più grande del mondo, possiamo fissare le norme sui “big data”, sull’intelligenza artificiale e sull’automazione, tutelando al contempo i valori, i diritti e l’individualità dei nostri cittadini. Possiamo farlo se restiamo uniti.

Solo grazie a un’Europa forte e unita i suoi Stati membri potranno raggiungere le stelle. È il nostro programma Galileo che mantiene l’Europa in corsa verso lo spazio. Nessuno Stato membro avrebbe potuto lanciare in orbita 26 satelliti, di cui beneficiano già 400 milioni di utenti in tutto il mondo. Nessuno Stato membro ce l’avrebbe fatta da solo. Galileo è un successo innanzitutto, se non esclusivamente, europeo. Senza Europa, il programma Galileo non esisterebbe. Dobbiamo esserne fieri.

Signor Presidente,

la geopolitica ci insegna che è definitivamente scoccata l’ora della sovranità europea.

È il momento che l’Europa prenda in mano il suo destino, che sviluppi quella che ho chiamato “Weltpolitikfähigkeit”, la capacità di svolgere un ruolo, come Unione, per influenzare le questioni mondiali. L’Europa deve svolgere sempre di più un ruolo di protagonista nelle relazioni internazionali.

La sovranità europea proviene dalla sovranità nazionale degli Stati membri. Non sostituisce quella propria delle nazioni. Condividere le nostre sovranità – dov’è necessario – rafforza ognuna delle nostre nazioni.

La convinzione che “l’unione fa la forza” è il significato essenziale dell’appartenenza all’Unione europea.

 

La sovranità europea non può mai essere diretta contro gli altri. L’Europa è e deve restare un continente di apertura e di tolleranza.

L’Europa non sarà mai una fortezza che volta le spalle al mondo, soprattutto al mondo che soffre. L’Europa non sarà mai un’isola. L’Europa deve restare e resterà multilaterale. Il pianeta appartiene a tutti e non solamente ad alcuni.

È questa la posta in gioco nelle elezioni del Parlamento europeo che si terranno nel maggio 2019. Sfrutteremo i 250 giorni che ci separano dalle elezioni europee per dimostrare ai nostri cittadini che, se collaboriamo, l’Unione europea può ottenere risultati, e che rispetta gli impegni presi all’inizio di questo mandato.

Prima delle elezioni europee dobbiamo dimostrare che l’Europa può superare le differenze tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra sinistra e destra. L’Europa è troppo piccola per dividersi, una volta in due, una volta in quattro.

Dobbiamo dimostrare che insieme possiamo gettare le fondamenta di un’Europa più sovrana.

 

MANTENERE LE NOSTRE PROMESSE

Onorevoli deputati,

agli europei che andranno alle urne nel maggio 2019 non importano le proposte che la Commissione ha presentato. Quello che sta loro a cuore, invece, è che i giganti di internet paghino le tasse là dove generano gli utili. Gli elettori – e come so anche molti di voi – vogliono che la proposta della Commissione diventi presto legge. E costoro hanno assolutamente ragione.

Agli europei che andranno alle urne nel maggio 2019 non interessa la buona intenzione della Commissione di ridurre la plastica monouso per proteggere i nostri mari. Se vogliamo convincere gli europei della nostra ragion d’essere e della giustezza del nostro operato, deve entrare in vigore una legge europea che bandisca questa plastica, esattamente come ha proposto la Commissione.

Noi tutti dichiariamo – almeno nei discorsi d’intenti – di volere essere grandi sulle grandi questioni e piccoli sulle piccole. Ma gli europei non gradiranno di dover continuare a spostare le lancette dell’orologio due volte l’anno a causa di una regolamentazione europea. La Commissione propone oggi di cambiare questa situazione. L’ora legale va abolita. Spetta agli Stati membri decidere, secondo il principio di sussidiarietà, se i loro cittadini devono seguire l’ora legale o l’ora solare. Mi aspetto che Parlamento e Consiglio condividano questo punto di vista e trovino una soluzione conforme al mercato interno. Il tempo stringe.

In generale, invito noi tutti a collaborare strettamente nei prossimi mesi, per realizzare insieme, prima delle elezioni del Parlamento europeo, quello che abbiamo promesso nel 2014.

All’inizio di questo mandato abbiamo promesso insieme di realizzare un mercato unico digitale innovativo, un’Unione economica e monetaria approfondita, un’Unione bancaria, un’Unione dei mercati dei capitali, un mercato unico più equo, un’Unione dell’energia con una politica lungimirante in materia di cambiamenti climatici, un programma globale sulla migrazione e un’Unione della sicurezza. E ci siamo ripromessi – almeno i più tra noi – di non continuare a considerare la dimensione sociale dell’Europa come la cenerentola delle politiche europee, ma di aprirla al futuro.

La Commissione ha messo sul tavolo tutte le proposte e le iniziative annunciate nel 2014. Di queste, il 50 % è stato già approvato dal Parlamento e dal Consiglio, il 20 % è sulla buona strada mentre per il restante 30 % sono in corso trattative a volte difficili.

Onorevoli deputati,

non accetto che la Commissione sia considerata la sola responsabile di tutte le inadempienze che, inevitabilmente, si sono verificate. Le nostre proposte sono note, ma devono essere adottate e messe in atto. Non permetterò in futuro che la Commissione sia il solo capro espiatorio – anche se si cercherà di farlo – per tutto quello che non funziona. I responsabili vanno cercati in tutte le istituzioni, e nella Commissione e nel Parlamento meno che nelle altre.

Una leadership su vasta scala rimane fondamentale. Questo vale anche quando si tratta di completare la nostra Unione della sicurezza. Gli europei si aspettano che l’Unione europea li protegga. Perciò la Commissione europea propone oggi nuove norme per eliminare la propaganda terroristica dal web nel giro di un’ora, ossia entro il lasso di tempo in cui possono essere prodotti i danni più gravi. Propone inoltre di estendere i compiti della Procura europea, da poco istituita, per includervi la lotta contro i reati di terrorismo. Dobbiamo essere in grado di perseguire i terroristi in tutta l’Unione e al di là delle frontiere. Il terrorismo non conosce frontiere. Non dobbiamo diventarne complici a causa della nostra incapacità di collaborare tra noi.

Per questo motivo proponiamo oggi anche nuove misure per contrastare in modo efficace e transfrontaliero il riciclaggio di denaro.

 

Dobbiamo procedere con la stessa risolutezza per proteggere lo svolgimento di elezioni libere e regolari in Europa. Perciò la Commissione propone anche nuove regole per salvaguardare i nostri processi democratici dalla manipolazione di paesi terzi o – esiste anche questo – interessi privati.

Leadership e spirito di compromesso sono di certo necessari subito, soprattutto in materia di migrazione. In questo settore abbiamo fatto più progressi di quanto venga spesso affermato. Sono state accettate cinque delle sette proposte della Commissione per riformare il sistema europeo comune di asilo. I nostri sforzi sono stati coronati dal successo: il numero di rifugiati si è ridotto del 97 % nel Mediterraneo orientale e dell’80 % lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Le operazioni dell’UE hanno contribuito a salvare più di 690 000 persone in alto mare dal 2015.

Tuttavia, gli Stati membri non hanno ancora trovato il giusto equilibrio tra la responsabilità che ciascuno di essi deve assumere per il proprio territorio e la necessaria solidarietà reciproca. Ma gli Stati membri devono dare prova di questa solidarietà se vogliono beneficiare dello spazio Schengen senza frontiere. Io sono e resto contro le frontiere interne. Devono essere abolite laddove sono state di nuovo introdotte. Il loro mantenimento sarebbe un inaccettabile passo indietro per il presente e il futuro dell’Europa.

La Commissione e varie presidenze del Consiglio hanno proposto numerose soluzioni di compromesso. Invito la presidenza del Consiglio austriaca ad avviare passi decisivi per trovare soluzioni sostenibili per una riforma equilibrata in materia di migrazione. Non possiamo continuare a bisticciare per trovare soluzioni ad hoc ogni volta che arriva una nuova nave. Le soluzioni ad hoc non bastano. Abbiamo bisogno di più solidarietà per il presente e il futuro: la solidarietà deve essere duratura.

Abbiamo bisogno di più solidarietà perché abbiamo bisogno di più efficienza. Ciò vale anche se vogliamo una protezione civile europea rafforzata. Se in un paese si propaga un incendio è l’intera Europa che va in fiamme. Delle immagini più impressionanti di questa estate fanno parte non solo quelle degli incendi, ma anche l’applauso della popolazione svedese minacciata dal fuoco ai pompieri polacchi – Europe at its best!

Ma torniamo alla migrazione. Presentiamo oggi una proposta volta a rafforzare la guardia costiera e di frontiera europea. Le frontiere esterne devono essere protette in modo più efficace. Pertanto proponiamo di portare a 10 000 il numero di guardie di frontiera europee finanziate dal bilancio europeo entro il 2020.

Presentiamo anche una proposta per sviluppare l’Agenzia europea per l’asilo. Gli Stati membri hanno bisogno di un maggior sostegno dell’Europa per trattare le domande di asilo, e ciò deve avvenire in linea con la convenzione di Ginevra.

Presentiamo inoltre una proposta volta ad accelerare il rimpatrio dei migranti irregolari. La Commissione condivide questo compito con gli Stati membri.

Rinnovo il mio auspicio, che è anche un invito, ad aprire vie di accesso legali all’Unione europea. Abbiamo bisogno di migranti qualificati. Anche su questo punto la Commissione ha presentato da tempo proposte concrete che devono essere attuate.

Signor Presidente,

vorrei parlarvi dell’avvenire e quindi dell’Africa, un continente che è nostro cugino.

Entro il 2050 l’Africa conterà 2,5 miliardi di abitanti. Una persona su quattro sarà africana.

 

Dobbiamo investire di più nelle relazioni con questo grande e nobile continente e con le sue nazioni. E dobbiamo smettere di guardare a questa relazione nell’unica prospettiva di un donatore di aiuti allo sviluppo. Sarebbe un approccio insufficiente e, di fatto, umiliante.

L’Africa non ha bisogno di carità, ma di un partenariato equilibrato, di un vero partenariato. E noi europei ne abbiamo altrettanto bisogno.

Mentre preparavo questo discorso ho parlato con i miei amici africani, soprattutto con Paul Kagame, Presidente dell’Unione africana. Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che in futuro gli impegni che assumeremo dovranno essere reciproci. Vogliamo costruire un nuovo partenariato con l’Africa.

Oggi proponiamo una nuova alleanza tra Africa ed Europa, un’alleanza per gli investimenti sostenibili e l’occupazione. Nelle nostre previsioni, tale alleanza contribuirebbe a creare fino a 10 milioni di posti di lavoro in Africa nei prossimi cinque anni.

Vogliamo creare un quadro che attiri in Africa maggiori investimenti privati.

A dire il vero non partiamo da zero: il nostro piano per gli investimenti esterni, avviato due anni fa, mobiliterà da solo oltre 44 miliardi di euro di investimenti nel settore pubblico e privato in Africa. I progetti già previsti e avviati mobiliteranno 24 miliardi di euro.

Concentreremo i nostri investimenti nei settori in cui producono risultati tangibili. Entro il 2020 l’Unione europea sosterrà 35 000 studenti e ricercatori africani grazie al programma Erasmus. Entro il 2027 il numero deve salire a 105 000.

Il commercio tra Africa ed Europa non è trascurabile: il 36 % degli scambi commerciali dell’Africa si svolge con l’Unione europea. Ma i nostri scambi commerciali non sono sufficienti. Sono convinto che dovremmo trasformare i numerosi accordi commerciali tra l’Africa e l’Unione europea in un accordo intercontinentale di libero scambio, un partenariato economico tra pari.

Signor Presidente,

Signore e Signori,

Un’altra questione per la quale ritengo decisamente necessaria la leadership dell’Unione è la Brexit. Non entrerò nei dettagli dei negoziati, che sono egregiamente condotti dal mio amico Michel Barnier sulla base di una posizione unanime più volte confermata dai 27 Stati membri. Permettetemi però di ricordare tre principi che dovrebbero guidare il nostro lavoro sulla Brexit nei prossimi mesi.

Prima di tutto, rispettiamo la decisione britannica di lasciare la nostra Unione, anche se continuiamo a rammaricarcene profondamente. Ma chiediamo al governo britannico di comprendere che chi lascia l’Unione non può mantenere la stessa posizione privilegiata di cui gode uno Stato membro. Chi lascia l’Unione non fa più parte, ovviamente, del nostro mercato unico, e sicuramente non solo nei settori di sua scelta.

In secondo luogo, la Commissione europea, questo Parlamento e tutti gli altri 26 Stati membri mostreranno sempre lealtà e solidarietà con l’Irlanda per quanto riguarda la frontiera irlandese. Intendiamo quindi trovare una soluzione creativa che impedisca di erigere una frontiera fisica nell’Irlanda del Nord. Ma ci opporremo molto esplicitamente qualora il governo britannico intendesse sfuggire alle responsabilità che gli impone l’accordo del Venerdì santo. Non è l’Unione europea, ma la Brexit che rischia di rendere più visibile la frontiera nell’Irlanda del Nord.

 

In terzo luogo, dopo il 29 marzo 2019 il Regno Unito non sarà mai per noi un paese terzo qualunque. Il Regno Unito sarà sempre un vicino e un partner molto stretto, in termini politici, economici e di sicurezza.

Negli ultimi mesi, ogni volta che abbiamo avuto bisogno di unità nell’Unione, la Gran Bretagna è stata dalla nostra parte, in nome degli stessi valori e principi che condividono tutti gli altri europei. Perciò accolgo con favore la proposta del Primo Ministro May di sviluppare un nuovo e ambizioso partenariato per il futuro dopo la Brexit. Siamo d’accordo con la dichiarazione di Chequers: il punto di partenza di tale partenariato dovrebbe essere una zona di libero scambio tra il Regno Unito e l’Unione europea.

In base a questi tre principi, i negoziatori della Commissione sono pronti a lavorare giorno e notte per raggiungere un accordo. Per il bene dei nostri cittadini e delle nostre imprese dobbiamo fare in modo che il recesso del Regno Unito avvenga ordinatamente e che in seguito sia mantenuta la stabilità. Posso assicurarvi che non sarà la Commissione a ostacolare questo processo.

UNA PROSPETTIVA CONVINCENTE PER IL FUTURO

Onorevoli deputati,

da qui alle elezioni europee e da qui al vertice che si terrà a Sibiu, in Romania, il 9 maggio 2019, c’è ancora molta strada da fare.

A Sibiu bisognerà convincere i nostri cittadini che, nella sostanza, condividiamo la stessa visione delle finalità della nostra Unione. I popoli europei non amano l’incertezza né gli obiettivi confusi. Amano la chiarezza, detestano i pressapochismi e le mezze misure.

È questa la sfida dell’agenda europea in vista del vertice di Sibiu, che si svolgerà sei settimane dopo la Brexit e solo due settimane prima delle elezioni europee.

Prima di Sibiu, dovremo ratificare l’accordo di partenariato tra l’Unione europea e il Giappone, per motivi sia economici che geopolitici.

Prima di Sibiu, abbiamo il dovere di negoziare un accordo di massima sul bilancio dell’Unione europea dopo il 2020.

Se vogliamo dare ai giovani europei – come necessario – la possibilità di sfruttare al massimo le opportunità offerte da un programma Erasmus che merita maggiori finanziamenti, dobbiamo prendere una decisione sulle risorse da destinarvi – così come su altre dotazioni – prima delle elezioni europee.

Se vogliamo dare più opportunità alle nostre start-up e ai nostri ricercatori, per evitare che una mancanza di risorse porti alla riduzione drastica del numero di posti loro destinati, occorre prendere una decisione prima delle elezioni europee.

Se, senza dotarci di una vera e propria struttura militare, vogliamo moltiplicare per venti le spese per la difesa, dobbiamo decidere rapidamente.

E se vogliamo investire il 23 % in più per l’Africa, dovremo deciderlo rapidamente.

Entro il prossimo anno dovremo anche sviluppare ulteriormente il ruolo internazionale dell’euro. Dopo soli vent’anni di vita, e nonostante le voci disfattiste che ci hanno accompagnato in questo percorso, l’euro ha già fatto molta strada.

 

L’euro è diventato la seconda valuta più utilizzata al mondo, alla quale 60 paesi agganciano in un modo o nell’altro la propria valuta. Dobbiamo però fare di più per consentire alla nostra moneta unica di svolgere appieno il ruolo che le spetta sulla scena internazionale.

Alcuni recenti avvenimenti hanno evidenziato la necessità di approfondire la nostra Unione economica e monetaria e di costruire mercati dei capitali dotati di spessore e liquidità. È un ambito in cui ci sono molte proposte della Commissione che attendono solo di essere adottate da questo Parlamento e dal Consiglio.

Ma possiamo e dobbiamo andare oltre. È assurdo che l’Europa paghi in dollari USA l’80 % della sua fattura per le importazioni di energia – che è pari a 300 miliardi di euro all’anno – quando solo il 2 % circa delle nostre importazioni di energia proviene dagli Stati Uniti. È assurdo che le compagnie europee acquistino aerei europei in dollari anziché in euro.

Per questo motivo, entro la fine dell’anno, la Commissione presenterà iniziative intese a rafforzare il ruolo internazionale dell’euro. L’euro deve diventare lo strumento attivo della nuova sovranità europea. E, a tal fine, la prima cosa da fare è mettere ordine nella nostra casa per rafforzare la nostra Unione economica e monetaria, così come abbiamo iniziato a fare. Senza un’Unione economica e monetaria più profonda, non avremo argomentazioni credibili per rafforzare il ruolo internazionale dell’euro. Dobbiamo completare l’Unione economica e monetaria per rendere più forti l’Europa e l’euro.

E, sempre in vista di Sibiu, vorrei che riuscissimo a realizzare progressi tangibili per quanto riguarda il rafforzamento della nostra politica estera. Occorrerà rafforzare la nostra capacità di parlare con un’unica voce in materia di politica estera. Non è normale che l’Europa si riduca da sola al silenzio e non sia in grado di esprimersi in modo forte e chiaro per condannare le violazioni dei diritti umani in Cina in occasione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra. E questo perché uno Stato membro è riuscito a bloccare qualsiasi decisione in proposito. Non è normale che, per l’impossibilità di raggiungere l’unanimità, l’Europa sia tenuta in ostaggio nel momento in cui si tratta di prorogare l’embargo sulle armi nei confronti della Bielorussia o quando occorre imporre sanzioni al Venezuela.

Per questo motivo, la Commissione vi ripropone oggi di passare al voto a maggioranza qualificata in settori specifici delle nostre relazioni esterne. Ribadisco l’esortazione che vi ho rivolto lo scorso anno a passare a questo tipo di voto in alcuni settori specifici. Non in tutti i settori, ma in alcuni settori specifici: i diritti umani, le missioni civili e altri.

Il trattato consente attualmente al Consiglio europeo di adottare una decisione in questo senso. Credo sia giunto il momento di dar vita alla clausola passerella del trattato di Lisbona, aprendo la strada all’adozione di decisioni a maggioranza qualificata – la clausola passerella, “tesoro dimenticato” del trattato.

Penso inoltre che anche per alcune questioni attinenti alla fiscalità dovremmo avere la possibilità di decidere a maggioranza qualificata.

Signor Presidente,

una parola per dire quanto mi preoccupi il nostro modo di discutere di questioni su cui non siamo in sintonia. Gli scambi polemici tra governi e tra istituzioni si fanno sempre più numerosi. Ma non sono i discorsi polemici e spesso offensivi che permettono alla costruzione europea di progredire.

Non si tratta solo dei toni deprecabili utilizzati dalle forze politiche che discutono tra loro, ma anche del modo in cui alcuni trattano i mezzi di comunicazione e i giornalisti, perché il loro intento è mettere definitivamente a tacere qualunque forma di dibattito. L’Europa deve rimanere un luogo in cui la libertà di stampa non sia rimessa in discussione. Troppi giornalisti subiscono intimidazioni e sono attaccati, a volte persino assassinati. Bisognerà proteggere di più i nostri giornalisti, che sono anch’essi attori importanti nella nostra democrazia.

In generale, dobbiamo riscoprire le virtù del compromesso. La ricerca di un compromesso non significa sacrificare le nostre convinzioni o rinunciare a un dibattito libero che rispetti il punto di vista degli altri, né significa rinnegare i nostri valori.

La Commissione si oppone a qualunque violazione dello stato di diritto. La china che sta prendendo il dibattito in alcuni dei nostri Stati membri continua a preoccuparci. L’articolo 7 va attivato laddove lo stato di diritto è a rischio.

Il primo Vicepresidente Timmermans si sta adoperando in modo ammirevole, ma molto spesso anche solitario, nel difendere lo stato di diritto. L’intera Commissione ed io, personalmente, siamo saldamente al suo fianco.

C’è un punto su cui non dobbiamo transigere: le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea devono essere rispettate e applicate. È essenziale. L’Unione europea è una comunità di diritto. Il rispetto delle norme di diritto e il rispetto delle decisioni giudiziarie non sono un’opzione ma un obbligo.

 

CONCLUSIONE

Signor Presidente,

onorevoli deputati,

nell’introduzione non del mio ultimo discorso, ma del mio ultimo discorso sullo stato dell’Unione europea, vi ho parlato della Storia, della breve storia del periodo corrispondente al mandato di questa Commissione e della grande Storia, la storia dell’Europa.

Siamo tutti, senza eccezione, responsabili dell’Europa così com’è e saremo tutti, senza eccezione, responsabili dell’Europa del futuro.

È la legge della Storia: i Parlamenti e le Commissioni passano, l’Europa resta. Perché l’Unione europea diventi quello che deve essere, dobbiamo trarre numerosi importanti insegnamenti.

Vorrei che l’Europa lasciasse gli spalti dello stadio mondiale. L’Europa non deve essere uno spettatore, un cronista degli avvenimenti internazionali; deve essere un attore costruttivo, un artefice, un architetto del mondo di domani.

C’è una grande domanda di Europa in tutto il mondo. Per soddisfare questa domanda pressante, occorrerà che l’Europa si esprima all’unisono sulla scena internazionale. Nel concerto delle nazioni, per poter essere ascoltata e intesa, la voce europea deve essere intellegibile, comprensibile e distinguibile. Federica Mogherini ha portato avanti la coerenza diplomatica dell’Unione europea. Non dobbiamo cadere nell’incoerenza delle diplomazie nazionali concorrenti e parallele. La diplomazia europea deve essere una sola. La nostra solidarietà multilaterale deve essere intera.

Vorrei che da ora in poi ci impegnassimo di più per riavvicinare l’Est e l’Ovest dell’Europa. Mettiamo fine al triste spettacolo della divisione intraeuropea. Il nostro continente e coloro che hanno messo fine alla guerra fredda meritano di più.

Vorrei che l’Unione europea si prendesse maggiormente cura della sua dimensione sociale. Chi ignora le aspettative giustificate dei lavoratori e delle piccole imprese fa correre un grosso rischio alla coesione delle nostre società. Trasformiamo gli intenti del vertice di Göteborg in norme di diritto.

Vorrei che le elezioni dell’anno prossimo fossero un momento grandioso per la democrazia europea. Auspico che l’esperienza degli Spitzenkandidaten – questa piccola conquista della democrazia europea – si rinnovi. Per me, quest’esperienza sarà ancora più credibile il giorno in cui disporremo di vere e proprie liste transnazionali. Mi auguro che queste liste transnazionali siano una realtà entro le prossime elezioni europee del 2024.

Vorrei soprattutto che dicessimo no al nazionalismo malsano e sì al patriottismo illuminato. Non dobbiamo dimenticare che il patriottismo del XXI secolo ha una duplice dimensione, una nazionale e una europea, che non si escludono a vicenda.

Amo, diceva il filosofo francese Blaise Pascal, le cose che vanno insieme. Per stare in piedi sulle due gambe, le nazioni e l’Unione europea devono camminare insieme. Chi ama l’Europa deve amare le nazioni che la compongono e chi ama la propria nazione deve amare l’Europa. Il patriottismo è una virtù, il nazionalismo ottuso è una menzogna insopportabile e un veleno pericoloso.

In poche parole: restiamo fedeli a ciò che siamo.

Piantiamo oggi gli alberi alla cui ombra i nostri pronipoti, venuti dall’Est o dall’Ovest, dal Sud o dal Nord, possano crescere e respirare in pace.

Qualche anno fa vi ho detto, proprio in questa sede, che l’Europa era la grande impresa della mia vita. Sì, amo l’Europa e continuerò ad amarla!

 Jean-Claude Juncker

 

Per approfondire: il video parte 1, parte 2, parte 3

 

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