Elezioni in Kosovo: uno scrutinio decisivo per la stabilità della regione

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Si sono svolte domenica 6 ottobre le elezioni legislative in Kosovo, Paese di 2 milioni di abitanti, autoproclamatosi indipendente nel 2008 e protagonista, con la Serbia, nel 1998 e 1999 dell’ultima  guerra nei Balcani che ha segnato la caduta definitiva della Yugoslavia. 

Si è trattato di uno scrutinio per il rinnovamento dei  120 seggi del Parlamento, per il quale si sono presentati ben 1.060 candidati di 25 partiti e coalizioni. Si tratta inoltre di uno scrutinio anticipato dovuto alle dimissioni nel luglio scorso del Primo Ministro Ramush Haradinaj, convocato dalla Corte speciale sull’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo), basata all’Aja e che indaga sui presunti crimini di guerra commessi dall’UCK dal 1998 a fine 2000. 

Si tratta quindi di uno scrutinio, il quarto dal 2008, sul quale pesano ancora le ombre e le ferite di una guerra costata più di 13.000 vittime nonché i sospetti sui crimini commessi dall’UCK nei confronti dei serbi e dei rom in particolare. L’indipendenza, dichiarata unilateralmente dal Kosovo e lungi dall’essere riconosciuta dalla Serbia (ma anche da una parte della comunità internazionale)  continua inoltre ad essere al centro delle relazioni molto tese fra Pristina e Belgrado, tenendo costantemente in allerta la stessa comunità internazionale per la stabilità dell’intera regione. 

Ed è in questo contesto  che gli elettori Kosovari si sono recati alle urne, consapevoli dell’esigenza  sentita ma anche fortemente richiesta dall’Unione Europea in particolare, di avviare un processo di dialogo e di normalizzazione dei rapporti con la Serbia. Non solo, ma malgrado una crescita economica in positivo, la disoccupazione rimane ai livelli più alti della regione, raggiungendo il 31% della popolazione. Infine, una diffusa corruzione ai vari livelli di potere ha fatto si’ che gli elettori decidessero, dopo dodici anni, di voltare pagina e di affidare le redini del Governo ad un’altra futura coalizione.

Sono stati in effetti sconfitti sia il Partito Democratico del Kosovo (PDK) del Presidente Hashim Thaci, sia l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK) del premier dimissionario Ramush Haradina, ambedue provenienti dalle file dell’UCK. Due Partiti dell’opposizione balzano ai primi posti: il Partito nazionalista di sinistra Vetevendosje (“Autodeterminazione, VV) e la Lega Democratica del Kosovo (LDK), guidato dalla giovane Vjosz Osmani, unica donna candidata premier per il prossimo Governo.

Certo è che le sfide sul tavolo per il piccolo Paese non sono da poco. Se da una parte le pressioni della comunità internazionale e europea si fanno sempre più forti per una riconciliazione con la Serbia, dall’altra la Serbia sta tentando, con i mezzi diplomatici a sua disposizione, di convincere il maggior numero di Paesi a non riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Una strategia che ha avuto successo soprattutto fra i Paesi membri dell’ONU, dove il veto russo e cinese al Consiglio di sicurezza ne ha vietato l’adesione. Un non riconoscimento tuttavia che persiste anche all’interno dell’Unione Europea e che crea certamente grandi difficoltà al Paese per aderire ad Istituzioni Internazionali e per intraprendere un percorso di pace.

Non sfugge quindi che il futuro del Kosovo e la normalizzazione delle relazioni con la Serbia rappresentano un punto cruciale per la stabilità nei Balcani. Anche per noi e per l’Unione Europea il ricordo di quell’ultima guerra risuona ancora come un triste campanello d’allarme.

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