Vecchio federalismo europeo, addio?

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Ci sono idee e progetti fecondi in particolari stagioni della storia. Ma la storia cammina, non sempre nella direzione che vorremmo e quei progetti ai quali ci eravamo appassionati tendono ad appassire e diventa necessario ripensare, senza necessariamente rinunciarvi, le idee dalle quali erano nati.

Qualcosa di simile sta accadendo da tempo a proposito di un’idea nobile e feconda per l’Europa del dopoguerra, quella ispiratrice del progetto di federalismo europeo.

Formatosi nel corso della prima metà del secolo scorso, il progetto federalista europeo visse un momento importante nel 1941 con il Manifesto di Ventotene, a firma di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Era viva la memoria delle distruzioni provocate dai nazionalismi nella Prima guerra mondiale e chiara la tragedia che ormai incombeva con la Seconda guerra mondiale in corso.

Chi aveva a cuore il futuro dell’Italia (come in quegli stessi anni Duccio Galimberti, autore di un Progetto di Costituzione europea) sapeva bene che esso sarebbe dipeso dal futuro dell’Europa e che il futuro dell’Europa dipendeva a sua volta dalla convivenza degli Stati che la componevano e dalla capacità delle nazioni di temperare la loro competizione ed evitare conflitti tra sovranità esasperate.

Un rischio che avrebbero corso anche “Stati in apparenza democratici o socialisti: il ritorno nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno Stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi… Il problema che in primo luogo va risolto… è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani”. Così il Manifesto di Ventotene, che sarebbe utile tornare a leggere in questi nostri tempi di nazional-populismi, alimentati anche da considerazioni affrettate come quelle del libro appena uscito di Luca Ricolfi, (Sinistra e popolo, ed. Longanesi) che liquida in poche righe il Manifesto di Ventotene, frettolosamente citato in appendice.

Certamente molte cose sono cambiate da quei primi anni ’40: guerra e dopo-guerra hanno cambiato fisionomia all’Europa, è tramontata una lunga epoca coloniale, gli Stati nazionali hanno vissuto al loro interno processi di decentramento che, per qualche tempo, si sono intrecciati con la crescita del processo di integrazione europea e, al loro esterno, hanno subito la pressione di una crescente globalizzazione. Due dinamiche in un primo tempo alleate per temperare le sovranità nazionali ma in seguito fonte di timori per la salvaguardia del benessere e della sicurezza acquisita nel quadro protetto delle frontiere.

Quando, dopo un lavoro tenace e caparbio, Altiero Spinelli riesce nel 1984 a fare votare dal Parlamento europeo il “Progetto di Trattato sull’Unione Europea”, noto anche come “Progetto Spinelli”, la strada verso un’Europa federale parve a molti finalmente percorribile, anche se ancora tutta in salita. Ne sono una testimonianza i piccoli passi realizzati con i Trattati di fine secolo, quello di Maastricht in particolare nel 1992 con l’introduzione della cittadinanza europea, il Parlamento europeo diventato co-legislatore e l’avvio della costruzione della moneta unica. Ma già nel 2000 il Trattato di Nizza segna una pausa in quel difficile cammino, al punto che si avverte la necessità di un suo rilancio grazie all’elaborazione di un Progetto per una “Costituzione europea”. Sappiamo come è andata: il progetto venne adottato praticamente all’unanimità, siglato a Roma nel 2004 (esattamente vent’anni dopo il “Progetto Spinelli”) e affondato nel 2005 dai referendum francese e olandese. Non tutto andò perso: molto di quel progetto rifiutato rifluì nel Trattato di Lisbona, attualmente in vigore.

Non male per i federalisti, se si tiene conto di quanto accaduto in Europa negli ultimi anni, come l’unificazione tedesca e il grande allargamento, nello scorso decennio, dell’UE ad est, con Paesi sensibili a nostalgie nazionaliste. Se a questi eventi si aggiunge la crisi economica ancora in corso, le nuove paure indotte dalla globalizzazione, dalle nuove dimensioni dei flussi migratori, dai conflitti armati ai nostri immediati confini con le frequenti irruzioni terroristiche, non stupisce più di tanto il ritorno di presunte sovranità nazionali e l’esplosione di movimenti nazional-populisti: tutti ingredienti che contrastano frontalmente il disegno di un’Europa federale. Che resta però un’idea di futuro, magari per un’Europa a “diversa intensità”, senza pretendere oggi che il vecchio e generoso federalismo di Spinelli sia praticabile da tutti i Paesi UE e secondo le modalità immaginate nella prima metà del secolo scorso.

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