Unione Europea tra Brexit e Catalexit

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Le tensioni in Spagna, tra Madrid e Barcellona, nello scontro sempre più duro tra la Generalitat catalana e il governo centrale spagnolo sul nodo autonomia/indipendenza hanno fatto passare in secondo piano l’andamento del negoziato sul divorzio tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea, finendo per occultarne in parte alcune analogie.

Nei due casi una dinamica di secessione, innescata da azzardati referendum popolari, entrambi consultivi anche se con fondamenti giuridici diversi, ma dagli esiti destabilizzanti per le parti interessate, in un clima ad alta dominante emotiva, con inquietanti  derive nazional-populiste.

Si tratta di due vicende delle quali l’Unione Europea rischia di diventare vittima, se non trova il modo di rafforzare il suo ruolo di “Comunità europea”, nei limiti consentiti all’attuale “Unione di Stati”, particolarmente evidente in questa stagione di assetto “intergovernativo” dell’UE, con un ruolo indebolito della Commissione europea e del Parlamento di Strasburgo, ma sostenuta dal ruolo di salvaguardia esercitato costantemente dalla Corte europea di Giustizia.

Di tutto questo si è avuta una visione plastica nella sessione plenaria del Parlamento europeo, la settimana scorsa a Strasburgo, quando si sono succeduti, nell’ordine del giorno, prima il voto sul negoziato di Brexit e, subito dopo, quello sul non-negoziato in corso tra Madrid e Barcellona.

Nei limiti angusti delle rispettive competenze, Commissione e Parlamento, hanno esercitato verso la Spagna le loro responsabilità nel rispetto del diritto europeo e di quello nazionale.

E’ mancata, per ora, un’iniziativa politica, utile anche per denunciare le gravi carenze giuridiche e istituzionali di un’Unione a metà del guado, presa in tenaglia tra quello che resta delle sovranità nazionali e quello che ancora manca – ed è molto – di una legittimità riconosciuta dai popoli europei.

Tutto più facile, anche se aspro, il confronto sulla Brexit, in una procedura di negoziato aperta dalla Gran Bretagna, ma oggi in forte tensione di fronte ad un’Unione ferma e determinata sulle sue legittime rivendicazioni in tema di libera circolazione per i suoi cittadini, di salvaguardia dei confini – e della pace – tra le due Irlande e sui costi salati del divorzio per la Gran Bretagna.

Il Parlamento europeo ha seguito la Commissione e il suo capo negoziatore, Michel Barnier, votando a larga maggioranza un giudizio molto negativo sul comportamento dei negoziatori britannici ed esigendo ben altri progressi da parte loro prima di proseguire nel negoziato.

Chissà se la problematica traiettoria britannica, iniziata con l’azzardato referendum di Cameron, proseguita con la caduta del governo e con il tonfo elettorale della May e dei conservatori e, adesso con l’affanno dei negoziatori, potrà insegnare qualcosa anche in Spagna, dove le cose sono anche più complicate dal rischio di una secessione interna allo Stato spagnolo, oltre che dalle conseguenze derivanti per la Catalogna nell’Unione Europea?

Le ultime mosse dei giorni scorsi tra Madrid e Barcellona mandano a dire che la partita è ancora molto aperta ed è difficile individuare quale sarà il re – in senso proprio e figurato – sotto scacco.

Il candidato-sovrano di Barcellona ha dichiarato l’indipendenza, ma l’ha sospesa subito rendendosi disponibile per un negoziato che, a queste condizioni,  il sovrano governo spagnolo non puo’ accettare, con il re Felipe VI  minacciato dalla rivendicazione repubblicana della Catalogna e andato fuori gioco dopo il suo discorso alla Nazione.

L’Unione Europea ha lavorato, e continuerà a lavorare, sotto traccia per calmare le acque e invitare le parti alla saggezza che si spera tornerà a prevalere dopo gli abbondanti errori commessi dai due contendenti.

Sarà meno difficile ritrovare la strada della saggezza se per tutti l’orizzonte sarà quello europeo, di una comunità di popoli e di Stati sovrani consapevoli della loro fragilità.

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