Ritorna l’Europa sociale?

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Ci fu un tempo, era l’ultimo quarto del secolo scorso, durante il quale il tema dell’Europa sociale era venuto in emersione, proponendosi come un passaggio obbligato verso un’Europa più democratica.

A metà degli anni ’70, all’indomani della prima crisi petrolifera e del primo allargamento della allora Comunità europea a Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, i temi della politica sociale in Europa affiorarono per rispondere alle tensioni che si andavano creando sul mercato del lavoro e tra Paesi membri le cui politiche, economiche e sociali, andavano divergendo. Gli anni ’80 videro una ripresa in Europa del dialogo sociale, una sorta di concertazione tra le organizzazioni degli imprenditori e quelle dei lavoratori, con il supporto della Commissione europea. I risultati biforcarono: da una parte alcune poche normative di regolazione sociale del mercato del lavoro europeo, dall’altra un tentativo di coordinamento delle politiche sociali tra governi che tra loro continuavano a divergere su materie che sfuggivano alla competenza delle Istituzioni europee. Poi fu la volta dell’unificazione tedesca e la prospettiva dell’allargamento: la prima alla radice del Trattato di Maastricht (1992), la seconda ispiratrice del Trattato di Nizza (2000), della Carta dei diritti fondamentali (assorbita nel 2009 dal Trattato di Lisbona) e del tentativo abortito di Progetto di Costituzione europea.

La lunga crisi esplosa nel 2009, prima di natura finanziaria e subito dopo economica, non tardò a diventare un’acuta crisi sociale accompagnata da crisi politiche a catena nei Paesi UE e nelle stesse Istituzioni comunitarie. Sono stati anni nei quali le politiche di austerità e di risanamento dei conti pubblici hanno messo sotto pressione i sistemi di welfare e il mercato del lavoro, rinviando a giorni migliori politiche di crescita, politiche che ancora oggi stentano a prevalere sul rigore finanziario.

E’ in questo contesto che fa figura di buona notizia la ripresa di attenzione, da parte dell’Unione Europea, di alcune iniziative in materia di politica sociale: una di orientamento generale e una relativa a una delicata normativa, come quella affrontata nella proposta di direttiva sul distacco dei lavoratori all’interno dell’UE:

Il 23 ottobre scorso il Consiglio dei ministri UE ha approvato il “pilastro europeo dei diritti sociali”, che sarà oggetto di una proclamazione del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione in occasione del Vertice sociale di Goeteborg il 17 novembre. Il documento definisce princìpi e diritti per il buon funzionamento e l’equità del mercato del lavoro e dei sistemi di protezione sociale, articolati su tre assi: le pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro, le eque condizioni di lavoro e la protezione sociale e l’inclusione sociale. Tutto questo nel quadro delle evoluzioni sociali, tecnologiche ed economiche, ricordando che l’implementazione concreta di tali principi compete principalmente alle autorità nazionali e locali, nel rispetto del principio di sussidiarietà, limitando la competenza dell’UE a “sostenere e completare l’azione degli Stati membri”. In questo quadro politico di riferimento e con questi limiti imposti dalle perduranti “sovranità nazionali”, la Commissione ha messo in campo iniziative in favore dell’occupazione giovanile e altre misure a sostegno dei disoccupati di lunga durata e per facilitare l’accesso delle persone disabili al mercato unico.

Particolarmente rilevante su questo versante l’iniziativa della Commissione, accolta favorevolmente dal Consiglio nella stessa data, in merito alla riforma della direttiva sul distacco dei lavoratori. L’obiettivo è quello di allineare diritti e regole contrattuali dei lavoratori di aziende straniere a quelli in vigore nei Paesi UE in cui prestano le loro attività.

La riforma, in via di approvazione, mette fine – non senza qualche importante deroga, come nel caso del trasporto su strada – a una precedente normativa che produceva distorsioni alla regola della concorrenza in un mercato unificato e limita il distacco all’estero nell’arco di un anno. Il tutto però non andrà in applicazione prima del 2022. Ancora un esempio di quanto sia lento e faticoso il cammino verso l’Europa sociale, ma anche il segnale che dopo anni di paralisi qualcosa torna a muovere.

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