Reddito di inclusione: l’Italia più vicina all’Europa

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Il Consiglio dei ministri ha approvato il 9 giugno scorso in esame preliminare, un decreto legislativo di attuazione della legge sul contrasto della povertà, il riordino delle prestazioni di natura assistenziale e il rafforzamento del sistema degli interventi e dei servizi sociali (legge 15 marzo 2017, n. 33).

Con questo provvedimento viene istituito in Italia il Reddito di inclusione (Rei) misura universalistica «condizionata alla prova dei mezzi e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà».

Ad oggi lo stanziamento (previsto in legge di Stabilità 2016) è di 1 miliardo e 150 milioni a cui andranno aggiunti i fondi non spesi lo scorso anno per un totale di circa 1,6 miliardi.

Secondo il governo a fine anno, grazie a risparmi e Fondi europei si potranno raggiungere quasi 2 miliardi. Siamo quindi lontani dai 7 miliardi indicati come soglia dall’’Alleanza italiana contro la povertà nella prima proposta di Reddito di inclusione sociale (Reis): 7 miliardi di euro l’anno per raggiungere tutti i 4,6 milioni di poveri assoluti, seppure in maniera graduale.

Che cosa prevede il Rei

Beneficio economico erogato su dodici mensilità, con un importo che andrà da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti;

Servizi alla persona determinati in base al bisogno del nucleo familiare rilevato in termini di occupabilità, educazione, istruzione e formazione, condizione abitativa e delle reti familiari, di prossimità e sociali della persona. É prevista la definizione di un progetto personalizzato in cui vengono declinati obiettivi generali, risultati specifici da raggiungere, sostegni (specifici interventi e servizi) e impegni richiesti ai componenti del nucleo come condizione per l’erogazione del beneficio economico.

Saranno, inoltre istituiti organismi per il monitoraggio dell’implementazione della misura e dei suoi effetti (Comitato per la lotta alla povertà, Rete della protezione e dell’inclusione, Osservatorio sulle povertà).

Anche l’Italia nell’Ue del reddito minimo

Il decreto rappresenta un passo importante con il quale l’Italia colma una lacuna strutturale: fino a oggi era il solo Paese Ue privo di una misura universalistica di lotta alla povertà.

Questo è e vuole essere il reddito di inclusione, che non è né il Reddito di Cittadinanza, slegato, come osserva l’economista Stefano Zamagni dalla produzione di lavoro e quindi dall’innesco di circuiti inclusivi,  né il Reddito di inclusione sociale (Reis) proposto originariamente da Caritas Italiana e ACLI

Saranno le disposizioni attuative del Rei a dire  quale sarà la collocazione dell’Italia nel contesto europeo in cui oggi si possono delineare quattro gruppi di Paesi, a seconda dell’universalismo, dell’accessibilità e dell’efficacia dei dispositivi di reddito minimo.

I Paesi caratterizzati dal più ampio universalismo e dall’accessibilità più elevata sono Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Svezia.

Un po’ diversa è la situazione di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e per alcuni aspetti Ungheria, Paesi in cui gli schemi sono relativamente semplici e di ampia copertura, ma l’accessibiità è di fatto limitata perché le prove dei mezzi sono particolarmente stringenti, il requisito della soglia di reddito è molto basso e quello della disponibiltà  a lavorare è formulato in termini difficilmente applicabili ai soggetti più vulnerabili.

Vi sono poi Paesi come la Francia, l’Irlanda, Malta, il Regno Unito la Spagna che hanno dispositivi non universalistici ma categoriali che a volte si sovrappongono generando deficit di efficienza e accessibilità.

Vi è infine la categoria di quei Paesi che stanno sperimentando in alcuni territori sistemi di reddito minimo basati su requisiti di reddito e di patrimonio. Tra questi la Grecia e la Bulgaria.

L’introduzione prima del SIA (Sostegno inclusione attiva) e poi dei REI ha determinato per l’Italia l’uscita da questo gruppo, dove è stato corretto collocarla fino a quando le sperimentazioni erano state limitate ad alcune città, ad esempio con la Carta Acquisti.

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