Mediterraneo: frontiera fra Europa e Africa

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Da alcuni mesi a questa parte si assiste, tra Italia e altri Paesi dell’Unione Europea, ad un’intensa attività politica e diplomatica, ad incontri al Vertice e a dichiarazioni di buone intenzioni sulla necessità improrogabile di affrontare l’emergenza “flussi migratori”, i quali, a detta dello stesso Ministro Minniti, “potrebbero mettere a rischio la tenuta della nostra democrazia”.

Un richiamo quest’ultimo che rivela anche la pressione politica in corso su questi temi all’interno del nostro Paese.

Sono stati tuttavia incontri che, in sostanza, hanno rivelato il poco entusiasmo dei Paesi europei non solo a sostenere concretamente l’Italia, travolta, in prima fila, da questo drammatico esodo umano, ma anche ad immaginare seriamente una politica e una strategia comune coerente, solidale e proiettata sul breve e lungo termine.

In queste condizioni, la solitudine politica, sociale, culturale ed umana dell’Italia di fronte all’arrivo di migliaia di richiedenti asilo è diventata sempre più evidente, spingendo in tal modo il Governo ad affrontare il problema con strumenti e strategie propri, tutti da valutare e da considerare in prospettive che non si limitino al solo obiettivo di fermare o, almeno di rallentare, i flussi migratori.

Questa politica di solitudine parte con il memorandum d’intesa firmato con la Libia il 2 febbraio scorso, con l’obiettivo del Governo italiano di affidare ai libici e alla loro guardia costiera il pattugliamento delle coste e il recupero dei migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo per giungere sulle nostre coste e in Europa. Si tratta di un accordo che, per essere messo in pratica, necessita il superamento dei giganteschi ostacoli che caratterizzano la Libia di oggi: un Paese che non ha Istituzioni affidabili, ha due Governi in lotta fra loro per il controllo dell’insieme del territorio libico, ha due Parlamenti e una quantità sterminata di tribù e milizie che, effettivamente, controllano il territorio, i traffici e i trafficanti di esseri umani. E’ soprattutto con questi ultimi e con i sindaci delle città costiere della Libia che sarà necessario scendere a patti e puntare sulla loro cooperazione per fermare gli imbarchi verso l’Italia e l’Europa, ad un prezzo senz’altro molto elevato. Prezzo di cui si sentono già le forti denunce sulle condizioni disumane e sulle gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici.

La politica di Roma continua poi con il controverso codice di comportamento imposto alle ONG europee sui salvataggi in mare. Proprio a metà agosto, mentre il Ministro Minniti annunciava che, grazie anche a questa strategia i flussi migratori si stavano riducendo, giungeva l’allarme dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti umani che metteva in guardia sugli effetti del codice, temendo che quest’ultimo “potesse limitare il salvataggio in mare” e che “la conseguente perdita di vite umane, essendo prevedibile e prevenibile, costituirebbe una violazione dei diritti umani in Italia”. Altro grande rischio e prezzo che l’Italia sta correndo.

Infine, la strategia italiana per l’immigrazione si orienta verso la conclusione di accordi bilaterali con gli Stati nordafricani e africani. La nostra diplomazia, oltre ad essere impegnata a ricucire i rapporti con l’Egitto, sta preparando accordi di cooperazione con l’Etiopia, con il Mali, con l’Algeria e, ai confini sud della Libia, con il Niger e il Ciad. Due Paesi questi ultimi che, con l’Algeria, rappresentano circa cinquemila chilometri di frontiera di sabbia e roccia attraverso la quale transita la maggior parte dei migranti e sulla quale vive una moltitudine di tribù in lotta fra loro per il controllo delle risorse economiche. Queste frontiere saranno oggetto di particolare attenzione e controllo, visto che rappresentano la porta di ingresso dell’Africa sub-sahariana verso l’Europa.

Nel frattempo l’Europa incoraggia l’Italia in questa sua pericolosa e solitaria politica. Pericolosa soprattutto perché le conseguenze politiche, economiche e militari, a lungo termine, in Libia non sono ad oggi prevedibili e potrebbero mettere in serio pericolo la stabilità dell’intera regione. Ma sono politiche intraprese con vigore dal Governo italiano e si spera che quest’ultimo, ne abbia valutato, con serietà e lungimiranza, tutti i possibili risvolti a lungo termine.

Resta tuttavia la dolorosa constatazione che queste misure, ad oggi, generano forti interrogativi sul rispetto dei diritti dell’uomo e sul dovere da parte nostra di salvaguardare il diritto alla protezione internazionale a chi ne ha bisogno. Non potremo certamente nasconderci, e con noi l’Europa intera, dietro un “non sapevamo”.

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