L’UE tra Varsavia e Gerusalemme

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Ci sono battaglie difficili che vanno combattute su più fronti, vegliando alla coerenza e rispettando la specificità propria di situazioni diverse. Ne è un esempio, proprio in questi giorni, l’azione dell’Unione Europea nella lotta all’antisemitismo e nel contrasto alle politiche di Israele nei confronti del popolo palestinese.
Probabilmente non è un caso che tutto questo emerga proprio nei giorni della memoria dell’Olocausto, la tragedia degli ebrei ad opera del regime nazi-fascista. E bene ha fatto il presidente Mattarella a condannare senza riserve il contributo dell’Italia fascista, in particolare con l’infamia delle leggi razziali del 1938, a questa tragedia del Novecento.
Il tema si ripropone con messaggi diversi dopo il recente voto della Camera alta a Varsavia che vieta di accusare i polacchi di connivenza con il nazismo, con pesanti rischi di revisionismo storico. La legge, al momento non ancora firmata dal presidente Duda, ha sollevato severe critiche non solo da Israele, ma anche dagli USA e dall’UE. Per quest’ultima ha avuto parole chiare il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, ricordando che “la storia non può essere negata” e che nei Paesi sotto occupazione nazista ci sono stati “eroi, ma anche collaborazionisti e questa è una realtà sulla quale è stata creata l’Unione”. Un modo, nemmeno tanto implicito, di ricordare le responsabilità avute da popolazioni europee, polacche compresi, nelle persecuzioni antisemite e di riaffermare la libertà di parola, fondamento della democrazia nell’UE.
Un tema questo che si salda con l’aspro contenzioso in corso tra l’UE e Varsavia sul rispetto della legalità, in particolare a proposito dell’indipendenza della magistratura, altro elemento fondante delle nostre democrazie.
Come è elemento fondante delle democrazie europee la salvaguardia dei diritti fondamentali, un esercizio al quale è confrontata oggi l’UE nel suo difficile dialogo con Israele a proposito delle sue politiche relative alla convivenza con i Palestinesi.
E’ della settimana scorsa l’esame all’UE di un Rapporto riservato di suoi rappresentanti in quei territori che, all’indomani della contestata decisione USA di considerare Gerusalemme capitale di Israele, riferiscono sulla “politica israeliana già antica di marginalizzazione economica, politica e sociale dei Palestinesi a Gerusalemme”, rilevando che dagli anni 2000 Israele mantiene “una repressione costante sull’organizzazione di una vita politica palestinese a Gerusalemme-est” e che, tra il 1967 e il 2016, Israele ha condotto a Gerusalemme una “politica di “deportazione silenziosa”, in violazione alle convenzioni di Ginevra.
Ce n’è abbastanza per giustificare la proposta all’UE, contenuta nel Rapporto, di stabilire “un meccanismo più efficace…per assicurarsi che i prodotti delle colonie non beneficino di un trattamento preferenziale nel quadro di Associazione UE-Israele” e di prevedere sanzioni per l’ingresso nell’UE di “coloni violenti” e di quanti fanno apologia della violenza.
Coerente con questi orientamenti in favore del processo di pace tra Israele e la Palestina, l’UE ha in questi stessi giorni ha stanziato 42,5 milioni di euro per rafforzare le istituzioni palestinesi, comprese le “attività a Gerusalemme-est”, ha precisato Federica Mogherini, Alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza.
Per l’UE, Varsavia e Gerusalemme, sono due fronti di un’unica battaglia la salvaguardia dello Stato di diritto: in Polonia, per quanto riguarda tragiche responsabilità di un passato segnato da movimenti antisemiti e con Israele a proposito di un conflitto di oggi con i Palestinesi, da ricondurre al rispetto della legalità internazionale e alla pace.

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