Le turbolenze che agitano l’Europa

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Sognavamo un autunno mite e confortante per l’Europa e invece ci aspetta un autunno caldo che, con il contributo folle di Trump e Kim Jong-Un, rischia di diventare bollente.

Da tempo si aspettava con una speranza quasi messianica, la  svolta che il verdetto delle elezioni in Germania avrebbe potuto provocare per l’Unione Europea. Il verdetto c’è stato, ma molto diverso da quello auspicato da chi sperava in un’accelerazione del processo di integrazione europea, che adesso dovrà affrontare una salita con molti tornanti.

La ragione è nota: nonostante che l’80% dei consensi degli elettori tedeschi siano andati a partiti favorevoli alla costruzione dell’Europa, sono stati fortemente indeboliti i due principali partiti, social-cristiani e socialdemocratici, saldati tra loro da una visione europea, seppure con sensibilità e opzioni politiche diverse, ma oggi divisi dopo la scelta dei secondi di passare all’opposizione.

E’ vero che al governo adesso potrebbero andare liberali e Verdi, anch’essi favorevoli all’Europa, ma con progetti diametralmente opposti in materia di fiscalità, economia e nucleare e sarà dura per Angela Merkel riuscire a navigare verso un’Unione tendenzialmente federale. Senza contare che il tradizionale partner francese, oggi Emmanuel Macron, si è trovato spiazzato dal risultato tedesco e dovrà faticare per tenere in vita la luna di miele appena iniziata con la Merkel: se ne è già avuta la prova nel recente discorso, meno coraggioso del previsto alla Sorbona, di Macron e nelle dichiarazioni molto prudenti della Merkel nel Vertice di Tallininn.

Ma poiché le disgrazie, in Europa come altrove, non vengono mai sole, ci voleva anche che la Spagna desse un contributo alle turbolenze in corso con le tensioni in occasione del referendum del 1° ottobre, promosso in vista di una problematica indipendenza della Catalogna, regalando all’Unione Europea una nuova grana di cui questa avrebbe fatto volentieri a meno.

Dopo la clamorosa dichiarazione di secessione della Brexit, la voglia di indipendenza che continua a covare in Scozia, la mina vagante della futura frontiera tra l’Irlanda del nord e la Repubblica d’Irlanda,  la permanente irrequietezza della Corsica e della Bretagna, le tensioni sempre vive in Belgio tra Vallonia e Fiandre e, fra poche settimane, l’esibizione degli apprendisti stregoni lombardo-veneti per l’autonomia regionale, la lista potrebbe ancora continuare sulla tentazione, diffusa in Europa, delle “piccole patrie”.

Si tratta di fibrillazioni che hanno origini storiche, culturali e politiche diverse, ma un ceppo virale comune sembra essere quello economico, dei soldi drenati dalle politiche fiscali nazionali e, a giudizio dei candidati “separati in casa”, da una conseguente iniqua ripartizione delle risorse pubbliche nelle regioni.

Non si tratta solo di una questione di soldi, che alimentano comunque molti appetiti, ma anche di un attacco al ruolo dello Stato nazionale che ha nella politica fiscale uno dei suoi residui poteri, insieme con la politica estera, della difesa, della giustizia e della sicurezza, avendone delegati altri importanti – come la politica monetaria e commerciale, tra le altre – all’Unione Europea.

Ed è qui che la vicenda di Barcellona si salda con le turbolenze che investono oggi il cuore dell’Europa, in chiara difficoltà dopo il voto tedesco a consolidare e accrescere le competenze delegate dalle sovranità nazionali, prese a loro volta nella morsa tra le rivendicazioni dei loro territori e le esigenze di un’Unione coesa e solidale.

Non bisogna dimenticare che l’UE di oggi è un’Unione di Stati, presunti sovrani, e non ancora un’Europa dei popoli né un’Europa delle regioni. Questa spiega l’imbarazzo di Bruxelles di fronte alla contesa in Spagna tra Madrid e Barcellona e l’inevitabile solidarietà manifestata al governo centrale dai governi europei, dalla Commissione e, più cautamente, dal Parlamento europeo, ma con le Istituzioni  UE tutte in favore di una ripresa del dialogo intra-spagnolo, chiamandosi per ora fuori da ogni invito alla mediazione.

E’ corretto giuridicamente l’orientamento di Bruxelles nei confronti della Catalogna destinata, se mai raggiungesse l’indipendenza dalla Spagna, a uscire anche dall’Unione Europea e lunga e accidentata, se non del tutto impossibile, sarebbe la strada per rientrarci. Resta che politicamente l’UE non può fare finta che nulla stia accadendo nell’Unione, dove le turbolenze rischiano di intrecciarsi tra di loro.

Una prospettiva che potrebbe interessare altre regioni, tentate di diventare “piccole patrie”, proprio in un momento decisivo per riprendere l’ancora molto lunga e faticosa strada verso la futura “patria europea”, sola opzione praticabile a termine per metterci al riparo dalle crescenti turbolenze mondiali.

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