La fragile vittoria del sultano

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Erdogan ha vinto, di poco, la sua scommessa con il referendum sulla modifica costituzionale. Un risultato ben lontano da quel plebiscito che si aspettava e che ora gli concede solo un 51,4% dei voti in favore del rafforzamento dei suoi poteri. Eppure la campagna elettorale è stata prepotentemente occupata dalla propaganda per il “si”, lasciando margini quasi inesistenti all’opposizione e a coloro che vedono con inquietudine allontanarsi sempre più democrazia e libertà nel loro Paese. La pressione della campagna elettorale si è spinta fin sulle schede elettorali, nelle quali non era posto nessun quesito ma erano ripresi semplicemente due riquadri, in cui il “si” spiccava più del “no”.

Eppure si trattava di accettare o meno una rilevante modifica alla Costituzione, volta a trasferire maggiori poteri al Presidente. In sintesi: l’esecutivo sarà totalmente trasferito nelle sue mani e verrà soppressa la carica di Primo ministro; il Presidente avrà l’autorità per proporre leggi e per emettere decreti legislativi; verrà ridotto il ruolo di controllo del Parlamento; il Presidente potrà nominare parte dei membri dell’organo che disciplina giudici e magistrati nonché la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale.

Non è una modifica da poco visto che trasforma la Turchia in una Repubblica presidenziale, compromette l’equilibrio nella separazione dei poteri e mette seriamente in pericolo lo stato di diritto e l’indipendenza della giustizia. Inoltre, introduce l’inquietante possibilità per Erdogan di conservare la leadership del Partito di maggioranza nonché di restare al potere fino al 2029.

Si tratta di una modifica già fortemente criticata dal Consiglio d’Europa e ormai in netta contraddizione anche con i criteri di Copenhagen, criteri che sono alla base di ogni negoziato d’adesione all’Unione Europea.

Il referendum del 16 aprile si iscrive quindi nella continuità della politica di rafforzamento dei poteri del Presidente, già iniziata nel lontano 2007 grazie ad un’altra riforma costituzionale, voluta dallo stesso Erdogan, allora Primo Ministro, che ha introdotto l’elezione a suffragio universale del Capo dello Stato. Eletto Presidente nel 2014, Erdogan ha quindi confermato il suo obiettivo, e cioé quello di allargare e legittimare un potere che si era già ampiamente preso, attraverso una progressiva e costante modifica della Costituzione

I risultati di questo referendum rivelano tuttavia una Turchia divisa in due parti, praticamente con obiettivi politici inconcialibili fra loro. Da una parte una Turchia moderna, che aspira alla democrazia e difende la laicità e dall’altra una Turchia conservatrice, desiderosa di un Presidente forte e anti europeo. Ed è su questa seconda Turchia che Erdogan concentra la sua missione e la sua visione del futuro del suo Paese: riportare la Turchia nel solco islamista, rivolta in particolare verso il mondo arabo – musulmano e chiudere la parentesi di quasi cento anni segnati dagli orientamenti politici impostati da Mustapha Kemal.

Nel frattempo questa situazione porta la Turchia sempre più sul bordo dell’instabilità. Dopo il fallito golpe del luglio 2016, costato carissimo in termini di arresti di funzionari, insegnanti, magistrati, militari e giornalisti, lo stato d’emergenza è stato di nuovo prorogato di altri tre mesi. Inoltre, alla luce dei risultati del referendum, i partiti di opposizione, sostenuti dal giudizio dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) hanno denunciato oltre 2 milioni di schede irregolari conteggiate.

Ma il Presidente Erdogan non ha intenzione di fermarsi qui e già ha fatto sapere la sua intenzione di organizzare un futuro referendum sul ripristino della pena di morte, cosa che porterebbe definitivamente la Turchia fuori dal dialogo con l’Europa e con i Paesi democratici.

L’Unione Europea, evidentemente imbarazzata dal referendum e dal suo risultato, ha invitato il Presidente Erdogan a rispettare, nell’attuazione delle riforme, gli impegni presi in quanto Paese candidato e in quanto membro del Consiglio d’Europa. Ma già si sa che l’Europa non andrà oltre a questo richiamo, consapevole del fatto che oggi Erdogan e la Turchia sono troppo importanti su vari fronti e in particolare su quello dell’immigrazione e dei richiedenti asilo.

 

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