La banalità del bene: Liu Xiaobo

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Prendendo spunto dal celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, questa rubrica vuole essere una provocazione al contrario, con l’obiettivo di narrare storie di eroici personaggi più o meno contemporanei che hanno segnato la storia per i loro sacrifici e la loro immolazione a favore di un progresso umano. La rubrica mensile vuole essere un atto di descrizione di come il bene possa esistere, e il titolo vuole essere una provocazione per dimostrare come la ricerca del progresso non sia banale, ma, al contrario, di come possa essere un umano atto eroico.

 

La grandezza della resistenza non violenta risiede nel fatto che, nel momento in cui l’umanità deve confrontarsi con la tirannia e con i suoi tormenti, la vittima – diversamente da come ci si aspetterebbe – risponde all’odio con l’amore, al pregiudizio con la tolleranza, all’arroganza con la modestia, all’umiliazione con la dignità, alla violenza con la razionalità. L’amore per la dignità e la modestia d’animo delle vittime sono un invito rivolto ai carnefici a ripristinare le regole dell’umanità, della pace e della ragione, per superare il circolo vizioso del rispondere alla violenza con la violenza”

(Liu Xiaobo, Monologhi del giorno del giudizio, 2011)

Biografia

Nato nel 1955 a Changchun, in Cina, Liu Xiaobo è stato attivista per i diritti umani, critico letterario, scrittore e docente.
Laureato in letteratura, nel 1988 consegue il dottorato all’Università Normale di Pechino e diventa professore, sovente chiamato da università estere, attività che gli permette di viaggiare il mondo e di maturare la sua ammirazione e stima per il “mondo occidentale”.
Nel 1989 prende parte alla celebre protesta di piazza Tienanmen, ma il suo impegno non si ferma a questa occasione, bensì si sviluppa attraverso attività di promozione delle libertà individuali per i cittadini cinesi al fine di invocare le libere elezioni, il riconoscimento delle libertà individuali, la separazione dei poteri, diritti non tutelati nello Stato Cinese. Per questo motivo durante la sua vita Liu Xiaobo è arrestato e condannato più volte, nonostante le sue azioni siano sempre state pacifiche.
Nel 2003 è eletto presidente della sezione cinese del PEN Club Internazionale, ma nonostante ciò i suoi scritti non possono essere pubblicati né possono circolare in Cina, inoltre, anche il suo nome è censurato.
Xiaobo è il primo firmatario e il promotore della “Charta 08”, un manifesto pubblico scritto nel 2008 in occasione del 60° anniversario della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e ispirato alla Charta 77 redatta negli anni 70 dai dissidenti cecoslovacchi. La Charta 08 ha raccolto quasi 10.000 adesioni, ma, a causa di questa sua attività, Liu Xiaobo è arrestato con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere dello stato”. A seguito dell’arresto, viene condannato a 11 anni di prigione e a due anni di interdizione dai pubblici uffici, sentenza confermata in appello l’11 febbraio 2010.
Malato di cancro al fegato, Liu Xiaobo muore il 13 luglio 2017 da detenuto.
Grazie alle sue azioni pacifiche e per la sua opera di difensore della libertà di stampa, nel 2004 Reporter Sans Frontières lo ha insignito del premio “Fondation de France”. Non solo, il 18 gennaio 2010, Liu Xiaobo è stato candidato al Premio Nobel per la Pace. Nonostante le numerose diffide avvenute da parte del Governo cinese, l’8 ottobre 2010 gli è stato consegnato il Premio “per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina”. Tuttavia, l’attivista non ha potuto presenziare alla cerimonia di consegna del premio in quanto incarcerato in Cina, lasciando così la sedia vuota. Non solo, la moglie è stata posta agli arresti domiciliari allo scopo di non permetterle contatti con i giornalisti stranieri e nei giorni seguenti la stessa sorte è toccata a tutti i membri della sua famiglia.

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