Invito alla lettura: “Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione. Le menzogne delle élites”

di Federico Rampini, Mondadori – Strade blu, 2016. (pp.204, € 17,00)

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Si caratterizza per un titolo che sembra seguire l’ondata “anti-casta” l’ultimo lavoro di Federico Rampini uscito nel dicembre 2016. Ad una più attenta lettura però si scopre che a tradire non sono soltanto le élites politiche ed economiche, ma anche quelle intellettuali. «Ci sono dentro anch’io» dice spesso l’Autore presentando il suo lavoro.

Le vittime del tradimento sono quelle «opinioni pubbliche disorientate» che «cercano rifugio in soluzioni sempre più estreme» (uscire dall’Europa, affidarsi a personaggi come Donald Trump, dare corso a derive autoritarie come sta accadendo in Polonia e Ungheria).

Gli esempi appena citati sono, secondo Rampini, le risposte alla paura, le «fughe all’indietro», i movimenti con i quali si prova a proteggersi, si alza il «ponte levatoio» che ci isola dal male che viene da fuori, dovrebbe difenderci da un «mondo che sembra impazzito».

Immigrazione e globalizzazione sono i fenomeni sotto accusa ed è su questi due temi che le élites hanno tradito e mentito per costruire il loro consenso.

Hanno mentito le élites sulla globalizzazione, fondata sui Trattati di libero scambio, ideologicamente sostenuta dal liberismo degli anni Ottanta (i cui emblemi sono Margareth Thatcher e Ronald Reagan), e accelerata dall’ingresso della Cina nel WTO (2001, di lì a poco nascerà l’era BRICS).

Hanno mentito perché hanno raccontato alle opinioni pubbliche che globalizzazione e crollo delle frontiere avrebbe significato più progresso e più benessere per tutti. E invece non è così. Studi più recenti che Rampini cita ampiamente, dimostrano che la globalizzazione ha ridotto le diseguaglianze nord-sud ma ha amplificato le distanze tra una ristretta élite e la stragrande maggioranza degli altri, dando corso a processi di impoverimento generalizzati e diffusi, a causa dei quali sempre più frequentemente oggi «i figli stanno peggio dei padri».

Per parlare di migrazioni Rampini parte dalla sua esperienza biografica: cresciuto nella Bruxelles della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, cellula iniziale dell’Ue di oggi), formatosi alla scuola europea di Bruxelles ha collaborato con Don Bruno Ducoli nel Centro di azione sociale italiano, Università operaia.

Rampini racconta di essere stato testimone del «razzismo dei belgi» patito dai suoi coetanei italiani meno fortunati di lui, figli di minatori, muratori, camerieri e donne delle pulizie, ma racconta anche di avere visto quei ragazzi e gli altri provenienti da altri Paesi del Mediterraneo impegnati nel comune sforzo di integrarsi chiedendo sul piano dell’azione politica, diritti e cittadinanza, fino ad arrivare ad ottenere in Belgio il diritto di voto per gli stranieri.

C’è un anno-chiave in cui qualcosa inizia a cambiare però: è il 1978-79 segnato da due fatti di assoluto rilievo: l’instaurazione della prima teocrazia islamica nell’Iran dell’Ayatollah Khomeini (che comincia a rappresentare l’Occidente come una società corrotta, inferiore e con la quale non bisogna contaminarsi) e li secondo shock petrolifero (il prezzo del petrolio aumenta e nel Maghreb arriva un’ingente quantità di ricchezza che però resta appannaggio delle élites e non produce benessere diffuso, come è accaduto ad esempio nell’Estremo Oriente). Anche qui si verificano menzogne e tradimenti da parte delle élites.

Mentono e tradiscono le élites dei Paesi arabi che, per nascondere le loro responsabilità sulla sorte delle ricchezze derivanti dalla vendita del petrolio costruiscono una «narrazione del vittimismo, della recriminazione permanente e della richiesta di risarcimento all’occidente». È a partire da qui che alcuni pezzi delle comunità islamiche che vivono in occidente (anche il cosiddetto Islam moderato) decidono di non volersi integrare.

Mentono e tradiscono le élites occidentali che raccontano il jihadismo di oggi come frutto dell’emarginazione dei giovani immigrati confinati nei ghetti delle banlieues.

Tre le obiezioni di Rampini a questa lettura semplicistica: in primo luogo «quando i ghetti c’erano veramente chi voleva uscirne si attrezzava sul piano del confronto e dell’interlocuzione politica»; in secondo luogo coloro che sino ad oggi hanno architettato e realizzato gli attentati non sono giovani emarginati delle banlieues, ma rampolli di famiglie benestanti e perfettamente integrate. Infine i proclami del jihadismo non fanno riferimento né alle diseguaglianze né a obiettivi di giustizia sociale, ciò contro cui si scagliano è l’Occidente laico della parità di culto, della libertà di espressione e dell’emancipazione femminile.

La tesi di fondo del libro è che per porre fine al tradimento, che genera paura e che fa impazzire il mondo, siano necessari tre elementi-chiave la partecipazione e il controllo quotidiano esercitato dai cittadini sul «male oscuro dell’economia globale», una seria autocritica sull’atteggiamento diffuso nei confronti dell’immigrazione (vincente secondo Rampini è il modello americano che chiede ai nuovi cittadini di dimostrare la loro integrazione a partire dalla conoscenza della Costituzione americana) e un’economia libera dai ricatti delle multinazionali.

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