Il Sultano e l’Europa

474

Dopo Atene e Parigi, Erdogan è arrivato anche a Roma e, per la prima volta dopo quasi sessant’anni, un Presidente turco ha incontrato anche il Papa. Un pellegrinaggio attraverso l’Europa che aggiunge ulteriori interrogativi sugli obiettivi politici di Ankara, sia sul versante interno che su quello mediorientale e internazionale.
Il contesto politico che fa da sfondo a questa nuova tappa europea appare infatti molto intricato e mette in luce ambiguità e contraddizioni di un grande Paese situato all’incrocio tra Oriente e Occidente e, in questi ultimi anni, con un ruolo geostrategico significativo sull’intera regione mediorientale.
Per quanto riguarda il contesto regionale, Erdogan è arrivato a Roma dopo aver dato inizio, il 20 gennaio, ad un’operazione militare nel Nord ovest della Siria, ad Afrin, territorio sotto controllo delle forze curde siriane del Partito dell’Unione democratica (PYD) e delle sue milizie (YPG). Un’offensiva chiamata, in modo alquanto enigmatico, “Ramoscello d’ulivo” che si inserisce nei tentativi turchi di impedire, ad ogni costo, l’espansione delle forze curde siriane e la costituzione, alle sue frontiere meridionali, di un “corridoio” che saldi fra loro le enclaves curde. La Turchia percepisce questa eventualità come una minaccia esistenziale alla sua sicurezza nazionale, sopattutto alla luce dei legami fra le milizie dell’YPG e il Partito del lavoratori del Kurdistan (PKK), con il quale Ankara è impegnata, da più di due anni a questa parte, in un rinnovato conflitto nelle sue province meridionali.
Oltre ad aprire un nuovo fronte di instabilità e di guerra in Siria, che ha già provocato vittime fra i civili, e benché Erdogan continui a giustificare l’intervento militare come una lotta contro i terroristi, sta di fatto che questa offensiva è rivolta verso combattenti curdi che sono stati in prima linea nella lotta contro il sedicente Stato islamico, che hanno riconquistato Raqqa e che hanno combattuto a fianco della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Una situazione che rimette in luce forze e debolezze degli attori internazionali impegnati nella regione : la Turchia, membro della NATO e con il secondo esercito in ordine di importanza, ha lanciato la sua offensiva senza che gli Stati Uniti reagissero più di tanto, ma con il benestare della Russia, alla quale Erdogan si affianca sempre più nella prospettiva di una soluzione al conflitto siriano e senza farsi troppi scrupoli per l’acquisto di materiale bellico russo. Un atteggiamento che, evidentemente, non tranquillizza la NATO.
Se da una parte la Turchia ha puntato sulla Russia per uscire da un certo isolamento regionale, ma anche per gli interessi economici ed energetichi in gioco, dall’altra Erdogan rilancia la richiesta di un’adesione all’Unione Europea. Già discussa con il Presidente Macron agli inizi di gennaio, il processo di adesione lanciato nel 2005 non è mai veramente iniziato e, in questi ultimi tempi, malgrado l’accordo sui migranti, ha subito pesanti battute d’arresto. In primo luogo, dopo il tentativo di golpe del luglio 2016, Erdogan ha instaurato una forte repressione che ha portato alla sospensione dello stato di diritto e dove non sono più garantite la libertà di stampa e di pensiero. Inoltre, con il referendum costituzionale dell’aprile 2017, Erdogan concentra nelle sue mani tutti i poteri, rendendo praticamente incompatibile la candidatura della Turchia con i valori fondanti dell’UE.
E’ in questo contesto, a dir poco problematico, che Erdogan ha incontrato l’Italia e Papa Francesco, senza che gli siano stati risparmiati severi richiami al rispetto dei diritti fondamentali. Se la Francia ha risposto negativamente sull’adesione all’Unione europea ma lasciando la porta aperta a una maggiore cooperazione, è altrettanto importante che l’Italia abbia ricordato in modo ancor più convinto quanto importante sia, all’interno di questa cooperazione, il rispetto dei diritti dell’uomo e il freno alle derive dittatoriali del Presidente turco.

LASCIA UN COMMENTO