Giovani che non studiano e non lavorano (NEET): 18% Nell’Ue 30% in Italia

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L’istituto europeo di statistica, Eurostat, ha pubblicato l’11 agosto scorso un Rapporto contenente alcuni dati sui giovani europei (20-34 anni) che non studiano e non lavorano (NEET not in education, employment or training).

Lo Studio rileva un cambiamento dei modelli di transizione dalla formazione al lavoro, processo che si compie in tempi più lunghi rispetto al passato e all’insegna della maggiore precarietà e instabilità lavorativa dei giovani.

Queste due fasi della vita si distinguono oggi con minore nettezza rispetto al passato: oggi si studia mentre si lavora per ragioni di reddito (come capita ai molti studenti iscritti a università master e dottorati che svolgono lavori stagionali e intermittenti) o per migliorare le proprie competenze: quasi una strategia di sopravvivenza in un mercato del lavoro sempre più segmentato e competitivo

Al di là dei dati numerici e delle analisi statistiche, ampiamente illustrate nel Rapporto, Eurostat sottolinea i molteplici aspetti di problematicità della condizione NEET che rischia di tenere «un’intera generazione fuori dal mercato de lavoro per gli anni a venire» con gravi implicazioni sia a livello individuale (inesigibilità dei diritti e incremento dei rischi di povertà ed esclusione sociale) sia a livello macroeconomico perché, si legge nel Rapporto, «si verifica una consistente perdita in termini di capacità produttiva inutilizzata, che ha come conseguenza un elevato costo in termini di trasferimenti del Welfare».

In termini numerici i 20-34enni che non sono né a scuola né al lavoro sono oltre 17 milioni (il 18,3% sul totale della popolazione compresa in questa fascia di età) ed è questo il gruppo al quale guardare con maggiore attenzione dal momento che coloro che si trovano nella coorte precedente (15-19 anni) in cui i NEET sono appena il 6% sono ancora, per la grande maggioranza coinvolti in percorsi di educazione formale o informale.

Osservando i dati tendenziali e di medio periodo, con particolare riferimento agli anni della crisi, Eurostat rileva un aumento della quota di NEET: nel 2008 era NEET il 16,5% dei giovani europei, nel 2013 si è raggiunto il picco massimo (20,1%), mentre negli anni seguenti i NEET hanno iniziato a diminuire fino ad arrivare all’attuale 18,3%.

Il triste primato per la più elevata quota di NEET rispetto al totale della popolazione giovanile spetta a Italia e Grecia dove è NEET con oltre il 30% della popolazione di età compresa tra i 20 e i 34 anni: siamo di circa 12 punti percentuali al di sopra della media europea e a distanze siderali da Stati come la Svezia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi in cui è NEET poco più del 10% dei 20-34enni.

L’ultima parte del Rapporto, quella più tecnica analizza le correlazioni tra la condizione di NEET e le principali variabili sociodemografiche: ne emerge un quadro in base al quale le ragazze sono più vulnerabili rispetto ai coetanei maschi e la loro esposizione al rischio cresce con l’avanzare dell’età fino a trasformarsi nella potenziale condizione di «persona inattiva sul mercato del lavoro», espressione che si utilizza per identificare coloro che un lavoro non lo cercano neanche più, diventando invisibili alle rilevazioni statistiche e irraggiungibili per qualsiasi intervento di Welfare.

Per i maschi, invece, il rischio più grande è quello della disoccupazione di lungo corso che però non viene quasi mai a configurarsi come “inattività”.

Altri fattori che influenzano il rischio di trovarsi nella condizione di NEET sono il livello di istruzione (con un nesso di proporzionalità inversa) e il «grado di urbanizzazione», con i ragazzi che vivono in contesti urbani meno esposti al rischio NEET di coloro che vivono in contesti rurali.

Fonte: Eurostat
Approfondimento: Testo integrale del Rapporto 

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