Bruxelles in vacanza mentre l’Europa brucia

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Non è la prima volta che l’estate è stagione di incendi in molte regioni d’Europa e di focolai di tensione nel mondo.

A proposito di questi ultimi, e per non citarne che alcuni del secolo scorso, basterebbe ricordare il 6 agosto 1945 e la tragedia di Hiroshima, seguita qualche giorno dopo da quella di Nagasaki, il 21 agosto del 1968 quando i carri armati sovietici entrarono in Praga o il 15 agosto del 1971, data che per decisione di Nixon segnò la fine dei cambi fissi del dollaro ancorato all’oro o, ancora, il 19 agosto 1991, giorno del colpo di Stato in URSS cui sarebbe seguita la destituzione Michail Gorbaciov, l’uomo che appena un anno prima aveva ricevuto il premio Nobel per la pace.

Incendi a parte, questo agosto in paragone non ha registrato scossoni di quelle dimensioni, se si tralasciano le tensioni crescenti con la Corea del Nord, il Venezuela sul bordo di una guerra civile e gli ormai abituali attentati terroristici in Medioriente e Africa.

Tutto tranquillo, almeno così sembrerebbe a prima vista, nel nostro continente, anche se a guardare meglio molte micce sono accese in Europa e ai suoi confini, che prima o poi rischiano di dare fuoco alle polveri.

La mina con più potere distruttivo in Europa è probabilmente la pressione migratoria alle frontiere meridionali dell’UE, Italia e Grecia in particolare, senza dimenticare i recenti scontri violenti tra migranti e polizia a Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino.

Si tratta in gran parte di flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana, da quel continente che nel 2050 raddoppierà la propria popolazione, rappresentando un quarto di quella mondiale: un enorme serbatoio di giovani candidati all’emigrazione se non interverranno consistenti politiche di sviluppo, che comunque richiederanno tempi lunghi e investimenti di imponenti dimensioni.

Perché non basta lo slogan “aiutiamoli a casa” per dare una soluzione a questo problema che ha radici lontane, in una secolare storia di rapine coloniali e nel nemmeno tanto mascherato neocolonialismo di oggi. Ne sa qualcosa la Francia che, poco credibile, si offre a fare argine ai movimenti migratori alla loro origine, nell’Africa centrale e occidentale, con improbabili procedure di selezione dei profughi.

In questo contesto risultano anche del tutto fuori misura le polemiche che agitano il mondo politico italiano, insinuandosi anche all’interno del governo, tra chi sostiene la linea dura di arginare gli approdi in Italia e chi si appella al diritto internazionale e al dovere umanitario.

Si continua così a occultare, con la dilatazione mediatica del tema dell’emergenza, la natura strutturale e duratura dei movimenti migratori che stanno cambiando la faccia del mondo, a cominciare dall’Europa.

E che fa l’Europa davanti a questo fenomeno tendenzialmente di dimensioni bibliche? E’ in vacanza e non solo in questi mesi estivi, ma ormai da alcuni anni, incapace di rivedere l’Accordo di Dublino sui diritti dei profughi ma, più grave ancora, senza dotarsi di una politica comune dell’immigrazione sia per quanto riguarda gli ingressi dei migranti e la loro mobilità all’interno dell’UE sia per quanto riguarda una politica lungimirante di accoglienza e inserimento nei processi di formazione e di accesso al mondo del lavoro, anche in vista di un fabbisogno in prospettiva insufficiente da parte di lavoratori nazionali.

E’ di tutta evidenza che non ci potrà essere soluzione a questi problemi se non con una forte iniziativa comune europea, prolungata negli anni, al riparo da miserabili competizioni nazionali e da meschine preoccupazioni elettorali, oggi sotto gli occhi di tutti.

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