Allarme per il futuro della democrazia in Europa

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Suona forte l’allarme che molti e da tempo hanno lanciato sullo stato di salute della democrazia nel nostro continente, Unione Europea e Italia compresa.

Sul continente e immediati dintorni a preoccupare seriamente sulla sopravvivenza dello Stato di diritto bastano due nomi: la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Erdogan. La prima che, con le elezioni presidenziali del prossimo 18 marzo, darà al suo zar un ampio consenso, confermandolo ininterrottamente al potere per quasi un quarto di secolo; la Turchia, che ha dato al suo sultano poteri molto ampi, usati per reprimere la libertà di espressione. Due “democrature” – dittature mascherate da democrazie – che forse non a caso convergono militarmente nell’area mediorientale, cercando crescenti intese politiche tra di loro.

Fortunatamente si tratta di situazioni non comparabili – almeno non ancora – con quanto accade nei Paesi associati nell’Unione Europea, dove tuttavia si avvertono inquietanti scricchiolii nei gangli vitali della vita democratica. E’ il caso dell’Ungheria di Orban, che tanto sembra piacere da noi a Fratelli d’Italia e alla Lega; più recentemente, è il caso della Polonia, in attesa che l’Austria, con la sua estrema destra al governo, ci rassicuri sul futuro, a cominciare dal luglio prossimo quando le sarà affidato il turno semestrale di presidenza dell’UE.

Sotto i riflettori nei giorni scorsi è di nuovo finita la Polonia, con il suo governo a forti tinte nazionaliste e il suo Parlamento a dominante di destra, autore di leggi che minano l’indipendenza della magistratura, uno dei pilastri irrinunciabili delle nostre democrazie. Una deriva che ha costretto la Commissione europea a fare ricorso all’articolo 7 dei Trattati, una procedura ancora mai attivata finora e che potrebbe concludersi con pesanti sanzioni alla Polonia, fino a privarla del diritto di voto nelle sedi decisionali UE. Questa iniziativa della Commissione europea, “guardiana dei Trattati”, è stata confortata il 1° marzo scorso da un chiaro sostegno del Parlamento europeo che, in una sua risoluzione, ha condiviso la decisione della Commissione UE e ha invitato il Consiglio “ad agire con tempestività”, trasmettendo il testo della sua deliberazione, oltre che alle Istituzioni UE, anche “al Presidente, al governo e al parlamento della Polonia, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Consiglio d’Europa e all’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa”. Come si vede, un allarme urgente e generale per isolare un virus che minaccia la democrazia in un Paese membro dell’UE e rischia di trasmettersi ad altri Paesi dove non mancano segnali di malessere per la vita democratica.

Ma poiché le regole dell’UE sono ancora quelle della democrazia, al governo polacco sono stati concessi tre mesi per ravvedersi: la scadenza sarà il prossimo 20 marzo. In caso di mancata risposta soddisfacente per l’UE, la procedura proseguirà il suo cammino verso sanzioni che sono in preparazione a Bruxelles.

In questo contesto non mancano in Europa osservatori che guardano con preoccupazione agli esiti del voto italiano del 4 marzo, ai picchi di astensionismo e ai consensi raccolti da forze politiche estremiste, poco rispettose delle regole della democrazia e dei valori della tolleranza. L’Italia non è (ancora) la Polonia e sarà bene che non lo diventi: per chi vuole domani un’altra Unione Europea, più democratica e più solidale, sarebbe un gran brutto segnale.

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